L'Italie de Mario Monti défie les stéréotypes
di Pierre de Gasquet
Pubblicato in Francia il 3 settembre 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli per Italia Dall'Estero
All’inizio dell’estate, dopo Grecia e Spagna, anche l’Italia del “Professor” Monti sembrava sull’orlo di una crisi di nervi. Alla deriva nella recessione, invischiata nei propri problemi economici e di bilancio, con un debito pubblico che sfiora il 125% del PIL a fine 2012, l’Italia del dopo-Berlusconi ha rischiato a sua volta di arenarsi sulle rive devastate della zona euro. Colpita duramente dalla logica implacabile dello “spread”, il differenziale tra i tassi d’interesse tedeschi e italiani, che rincara il costo del credito. E tuttavia, anche se la fiducia degli investitori internazionali resta fragile, l’Italia di Mario Monti oggi lancia una sfida ai luoghi comuni.
“Abbiamo bisogno di una grande lezione di sincerità” ha dichiarato recentemente l’editorialista liberale Oscar Giannino. Nessuno lo mette in dubbio. Il guaio è che la sincerità non è mai stata il forte della classe politica italiana, almeno fino a poco tempo fa. La folle scommessa di Mario Monti consiste nel giocare questa carta in un periodo di profondo disordine. Come un Raymond Barre post-moderno, che non ha rivali nella sua politica di rigore, Monti è senza dubbio l’unico che può provarci. In quest’autunno ad alto rischio per la zona euro, egli è il simbolo di una forma di sobrietà riparatrice agli antipodi rispetto al populismo trionfante del suo predecessore.
Malgrado un tasso di disoccupazione tra i più alti dal 2004 (10,8%), un PIL in calo del 2,5% rispetto al secondo trimestre dello scorso anno e una sensibile riduzione dei consumi, l’ex Commissario europeo alla Concorrenza non ha esitato a imporre ai suoi concittadini una cura di austerità senza precedenti, basata su riforme strutturali e relativa solidità del sistema bancario italiano, al fine di rassicurare i mercati finanziari. Da tempo considerato un “tecnico puro”, Monti si è anche rivelato abile diplomatico mettendo in guardia la Germania contro la “disgregazione psicologica dell’Europa”, spingendo i suoi alleati della zona euro a superare le vecchie influenze dei parlamenti nazionali. La sua opportunità storica consiste nel creare un netto distacco da un decennio di deriva berlusconiana, che ha contribuito enormemente a danneggiare la credibilità di una classe politica italiana infognata nei suoi preziosismi e nelle sue dispute da parrocchia.
“Ci stiamo avvicinando alla fine della crisi, vediamo già la luce in fondo al tunnel” ha promesso Mario Monti al congresso annuale del movimento cattolico Comunione e Liberazione alla fine di agosto. A meno di un anno dalle elezioni legislative del 2013, alcuni lo considerano già un “novello De Gasperi”, uno dei padri fondatori dell’Europa e grande difensore dello spirito di riconciliazione. Il suo piano per rilanciare lo sviluppo e rimettere l’Italia in carreggiata dipende in gran parte dalla sua capacità di convincere i suoi alleati europei. Indubbiamente obiettivi ambiziosi, quelli del piano Monti, che però appare ancora vago sui mezzi che intende utilizzare per portarli a termine entro il 2013. Secondo il ministro dell’economia Vittorio Grilli, l’assoluta priorità rimane quella di ridurre in cinque anni il livello del debito pubblico italiano dal 123% al 100% del PIL, cioè una riduzione di 4 punti all’anno circa. Oltre alle misure strutturali, il piano Monti prevede l’attuazione, a partire dai prossimi mesi, di un programma di cessione di partecipazioni statali (su immobili e titoli di stato) con l’eccezione dei “pezzi grossi nazionali” ENI, Enel e Finmeccanica.
Di pari passo il governo italiano intende intensificare gli sforzi nella lotta all’evasione fiscale, moltiplicando i controlli e dando la caccia alle “cattive abitudini” che hanno pesato grandemente sul deficit statale. Il governo punta anche su una riduzione “strutturale” della spesa pubblica grazie a una “ridefinizione globale dell’assetto della pubblica amministrazione”. Da questo mese le parti sociali dovranno prendere in considerazione un piano di riduzione di 24 000 posti di lavoro nel settore pubblico, uno sforzo relativamente modesto se confrontato con i 3,3 milioni di funzionari statali della Penisola.
Per la classe media italiana la medicina è già sufficientemente amara. E non è detto che restituirà fiducia duratura agli investitori internazionali che hanno già enormemente ridotto i loro acquisti dei titoli di stato italiani. Sicuramente l’Italia non ha conosciuto l’impatto disastroso della bolla immobiliare spagnola, e la situazione delle finanze pubbliche qui è meno preoccupante, con un disavanzo primario (esclusi gli interessi) decisamente più basso degli altri Paesi del sud Europa. Ma, come fanno notare alcuni economisti, il crollo del PIL italiano nel terzo trimestre (-0,7% rispetto al trimestre precedente) è molto più evidente di quello spagnolo (+0,4%). E la riduzione dei consumi interni, il calo dell’8% della produzione industriale in un anno e l’alto tasso di mortalità delle aziende (20%) restano comunque segnali inquietanti. Secondo l’economista Francesco Boccia, il rischio è che il piano Grilli si riveli alla fine soltanto un “piano Tremonti bis”, e che non riesca a risolvere la questione cruciale della riforma fiscale e della ridistribuzione dei redditi.
“L’Italia è tra i Paesi più virtuosi del mondo e dell’Europa, e non ha affatto bisogno di aiuto per ridurre il suo deficit” ha assicurato recentemente il Ministro per l’Economia Vittorio Grilli. Avrebbe solo bisogno di “un po’ di tranquillità da parte dei mercati finanziari”. La difficoltà per Mario Monti, che farà di tutto per evitare un altro referendum sull’Europa voluto dalla lega Nord e da una fetta della sinistra italiana, resta ancora quella di rafforzare la fiducia dei Paesi esteri senza alienarsi quella dei suoi concittadini, finora poco abituati allo spirito di sacrificio. Non è una vittoria scontata.
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mercoledì 12 settembre 2012
lunedì 3 settembre 2012
In Italia una prestigiosa biblioteca chiude per mancanza di fondi
Italie: disparition d'une prestigieuse bibliothèque philosophique pour cause de crise
Pubblicato in Francia il 23 agosto 2012
Tradotto da Claudia Marruccelli per Italia Dall'Estero
Pubblicato anche su Scoop.it
A Napoli, una prestigiosa biblioteca che raccoglie opere filosofiche provenienti da tutta Europa è stata chiusa, come ha annunciato il suo fondatore giovedì scorso all’AFP, a causa dei tagli alle risorse destinate alla cultura legati alla crisi in Italia. I 300 000 volumi dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, tra cui alcune edizioni originali delle opere dei grandi pensatori Benedetto Croce e Giordano Bruno, nati nel napoletano, stanno per essere trasferite in un magazzino. L’Istituto non è più in grado di sostenere le spese d’affitto dei locali dove le opere erano esposte e messe a disposizione dei ricercatori universitari.
Gerardo Marotta, 85 anni, fondatore della biblioteca e lui stesso filosofo, in gioventù ha collaborato con Croce e ha iniziato a collezionare libri negli anni ’50 durante i suoi viaggi in Europa. La chiusura della biblioteca secondo lui è il sintomo di un declino generalizzato degli studi filosofici e della cultura in Europa. “Era la più bella biblioteca privata d’Europa, a cui ci siamo dedicati per più di 40 anni” ha spiegato Marotta, sottolineando che l’unica istituzione paragonabile in Europa è il Warburg Institute a Londra.
Secondo Marotta, il Ministero dell’Istruzione nel 2010 ha revocato completamente una sovvenzione che all’epoca era di 3 milioni di euro annui. Nonostante ripetute richieste di sostegno, “il governo (attuale) ha completamente ignorato il nostro progetto” ha dichiarato con rammarico Marotta. Un progetto che prevede la dislocazione dell’Istituto e delle sue preziose opere in un edificio acquistato dalla Regione giace in attesa di esame a causa di cavilli giudiziari. Nell’ultimo periodo, Marotta ha venduto tutti i suoi averi e ha anche contratto alcuni mutui per pagare l’affitto di tutti e 14 i locali che ospitano i 300 000 volumi.
“Per non farli finire per strada li stiamo trasferendo tutti in un magazzino fuori città” ha spiegato Antonio Gargano, segretario generale dell’Istituto. Un barlume di speranza arriva dal sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, colpito da questa situazione. “Creare una biblioteca che possa accogliere i preziosi volumi dell’Istituto deve essere una priorità non soltanto a livello locale ma nazionale, poiché questa rappresenta una parte del nostro patrimonio culturale e storico” ha dichiarato.
Pubblicato in Francia il 23 agosto 2012
Tradotto da Claudia Marruccelli per Italia Dall'Estero
Pubblicato anche su Scoop.it
A Napoli, una prestigiosa biblioteca che raccoglie opere filosofiche provenienti da tutta Europa è stata chiusa, come ha annunciato il suo fondatore giovedì scorso all’AFP, a causa dei tagli alle risorse destinate alla cultura legati alla crisi in Italia. I 300 000 volumi dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, tra cui alcune edizioni originali delle opere dei grandi pensatori Benedetto Croce e Giordano Bruno, nati nel napoletano, stanno per essere trasferite in un magazzino. L’Istituto non è più in grado di sostenere le spese d’affitto dei locali dove le opere erano esposte e messe a disposizione dei ricercatori universitari.
Gerardo Marotta, 85 anni, fondatore della biblioteca e lui stesso filosofo, in gioventù ha collaborato con Croce e ha iniziato a collezionare libri negli anni ’50 durante i suoi viaggi in Europa. La chiusura della biblioteca secondo lui è il sintomo di un declino generalizzato degli studi filosofici e della cultura in Europa. “Era la più bella biblioteca privata d’Europa, a cui ci siamo dedicati per più di 40 anni” ha spiegato Marotta, sottolineando che l’unica istituzione paragonabile in Europa è il Warburg Institute a Londra.
Secondo Marotta, il Ministero dell’Istruzione nel 2010 ha revocato completamente una sovvenzione che all’epoca era di 3 milioni di euro annui. Nonostante ripetute richieste di sostegno, “il governo (attuale) ha completamente ignorato il nostro progetto” ha dichiarato con rammarico Marotta. Un progetto che prevede la dislocazione dell’Istituto e delle sue preziose opere in un edificio acquistato dalla Regione giace in attesa di esame a causa di cavilli giudiziari. Nell’ultimo periodo, Marotta ha venduto tutti i suoi averi e ha anche contratto alcuni mutui per pagare l’affitto di tutti e 14 i locali che ospitano i 300 000 volumi.
“Per non farli finire per strada li stiamo trasferendo tutti in un magazzino fuori città” ha spiegato Antonio Gargano, segretario generale dell’Istituto. Un barlume di speranza arriva dal sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, colpito da questa situazione. “Creare una biblioteca che possa accogliere i preziosi volumi dell’Istituto deve essere una priorità non soltanto a livello locale ma nazionale, poiché questa rappresenta una parte del nostro patrimonio culturale e storico” ha dichiarato.
lunedì 13 agosto 2012
“Trieste, così incurante nella crisi”
di Richard Werly
Pubblicato in Svizzera il 10 agosto 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli per Italia Dall'Estero
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| Gabriele D'annunzio |
Ha appena concluso il suo discorso. Gli occhi iniettati di sangue, i sottili baffetti ben lisciati, Gabriele D’Annunzio si pavoneggia, sulla foto, nell’uniforme che indossa stranamente con papillon e un pugnale appeso in vita. La sala principale del Caffé Tommaseo, uno dei primi di Trieste, inaugurato all’inizio del 1830 nel grande porto austroungarico, sembrava interamente avvolta di fumo di sigari. All’interno protetta dal sole del mese di agosto 1919: una riunione di eclettici nobili italiani, di avventurieri e disertori dell’esercito sconfitto degli Asburgo. Autore ammirato in tutta Europa, veterano della Grande Guerra appena vinta, il cantore dell’”irredentismo” transalpino ha convocato qui lo stato maggiore della sua “legione”. Obiettivo: riconquistare Fiume - oggi Rjieka in Croazia - e tutti i territori della costa adriatica di popolazione a maggioranza italiana.
Fuori sulla piazza che si affaccia sul porto: una folla eterogenea di volontari, di curiosi e, di ufficiali senza dubbio preoccupati per questa eccitazione. Alle porte dei misteriosi Balcani che si aprono verso il passo di Opicina, Gabriele D’annunzio va ripetendo da più giorni: la giovane Italia, potenza vittoriosa, otterrà con la forza la sua parte dello smembrato impero Austro Ungarico. E poco importa se poi dal promontorio di Miramare, dove si addossano le une alle altre le loro ricche ville, le grandi famiglie di armatori greci, di mercanti armeni, di banchieri ebrei lo prendono in giro. Il “poeta con il casco” - di cui il giornalista francese Albert Londres tesserà ciecamente le lodi una volta che Fiume verrà conquistata nel dicembre 1920 - giura che il suo nazionalismo trionferà sulla diplomazia. Germe del fascismo che sta per nascere.
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| Sabrina Morena |
Sabrina Morena ci ha raggiunti. Drammaturga, autrice di “Viaggio di Caterina”, ispirato al processo, negli anni 1890, di una domestica arrivata dalle campagne friulane e accusata di infanticidio nella Trieste fortunata e cosmopolita, direttrice del festival culturale “S/paesati” dedicato alle minoranze, conferma: ” Trieste resta prima di tutto una città di frontiera, spiega, mentre una giovane solista si accomoda al grande pianoforte a coda. Non è una città di certezze, ma di indecisioni. Il suo universo non è l’Italia, ma l’Europa centrale.”
Ma allora come ha potuto dubitarne D’Annunzio, il poeta guerriero? Nel meraviglioso contesto urbano di Trieste, costruito dai migliori architetti del fiorente impero austro ungarico alle soglie del XIX° secolo, tutto conduce a questa variopinta identità di cui il Caffè Tommaseo è il testimone. Proprio lì accanto: la chiesa bizantina della comunità greca, i cui discendenti si dice posseggano ancora una grossa fetta del patrimonio terriero della città. A meno di duecento metri, di fronte al Canal Grande: l’imponente cattedrale della comunità serba, la principale della città. “Il Tommaseo rappresenta la Trieste avventurosa, miniera di sogni e miraggi, Matteo, il libraio, ce lo aveva già annunciato. Il luogo ideale quindi per raccontare la saga di questo porto ritornato in seno all’Italia nel novembre del 1954, dopo essere stato per dieci anni un “territorio libero” dell’ONU. Addossato a quell’altro muro che divideva l’Europa, quello della Yugoslavia. Seduti su una terrazza, quattro pensionati triestini hanno appena preparato la scacchiera su un tavolino poco distante. Il Piccolo, il quotidiano locale, pubblica il programma dei concerti della sera, in Piazza Verdi, dove dei magazzinieri sloveni e croati si danno da fare. Sabrina Morena, francese da parte di madre, sorride guardando la nostra lista dei bar e dei luoghi emblematici, appena estrapolata da Microcosmi e Danubio, due delle opere di riferimento di Claudio Magris.
L’autore triestino che speravamo di incontrare, avrebbe optato quasi a colpo sicuro per il “suo” Caffé San Marco in via Cesare Battisti, accanto ai giardini pubblici. Un condensato di Italia, inaugurato il 3 marzo 1914 “nonostante l’opposizione del consorzio dei baristi”, in seguito saccheggiato il 23 marzo 1915 dagli sgherri austroungarici. Al Tommaseo, le arringhe irredentiste e folcloristiche di D’Annunzio del dopoguerra, sulle rovine dell’impero sconfitto. Al San Marco, racconta Magris, “la fabbrica dei passaporti falsi per i patrioti antiaustriaci desiderosi di trasferirsi in Italia” dopo il rimpatrio a Trieste, il 2 luglio 1914 della salma dell’arciduca Ferdinando, assassinato a Sarajevo.
Raccontare la città tra questi due bar non è possibile in questo fine luglio. Il Caffé San Marco. chiuso per ferie, ha costretto i suoi clienti abituali ad andare altrove. Con rammarico di Alessandro. Il giovane proprietario della casa editrice Asterios, fondata da suo nonno immigrato greco, voleva invitarci assieme alla sua compagna Eugenia, a gustare un incomparabile caffè Illy, caffè triestino ma ormai di fama mondiale.
La discussione si apre nella sua libreria, di fronte alla sinagoga. Una strana combinazione, quella di una casa editrice alternativa, specializzata in autori contro corrente vicini alla sinistra radicale, e di questo porto paralizzato nel suo patrimonio, dalla popolazione che invecchia, sul lungomare, il Viale Miramare. “Alessandro rettifica “Ci sono due Trieste nella crisi”. Una città in cui tutti si conoscono, tentata dal populismo di destra alla Berlusconi come buona parte d’ Italia, accecata dal denaro facile. E un’altra, in costante evoluzione sotto l’influenza dell’immigrazione e delle nuove generazioni”.
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| Caffé San Marco |
Una buona scelta però. Poichè Marja conosce i cambiamenti! Non si può parlare di Trieste se si dimentica ciò che essa rappresentava per noi yugoslavi negli anni 60-70. Trieste era l’Occidente. La libertà. La società del consumo. E in qualche modo è rimasta così in questo immaginario” spiega la docente universitaria trasferitasi a Trieste dopo lo smembramento della ex-Yugoslavia.
I camerieri anziani del Tommaseo sono d’accordo. Piazza Ponterosso, oggi un parcheggio, non ospitava un tempo uno dei più grandi mercati all’aperto d’Europa? I frigoriferi, le cucine a gas, balle di vestiti si ammassavano sui tetti delle macchine in partenza verso il paese di Tito. Indelebile “Yugonostalgia”: “Non deve meravigliare che Trieste sembri così incurante nella crisi attuale, ammette Sabrina Morena. Ne ha viste parecchie, veramente molte”.
Giorgio Cicogna è il risultato di questo crocevia dei Balcani. Nato a Trieste dove è cresciuto, questo diplomatico, ex collaboratore di numerosi ministri italiani, è il direttore di “Iniziativa per l’Europa Centrale”, un’organizzazione che riunisce diciotto paesi della regione*. La crisi? “Questa città ha accumulato favolose risorse lungo tutti gli anni dei suoi cambiamenti, racconta. E’ fornita di solidi ammortizzatori”. Sua moglie, nata in un altro piccolo angolo d’Europa, la piccolissima regione germanofona del Belgio, aggiunge: “A Trieste è difficile rendersi conto delle difficoltà finanziarie che attraversano la penisola”. Scesa la sera, i ristoranti alla moda sul lungomare sono affollati. Le targhe automobolistiche croate, slovene, serbe indicano quanto il porto continui ad essere una calamita, al di là delle montagne d’Istria. Anche se l’attività, sui suoi binari deserti, è solo il fantasma del traffico marittimo di un tempo.
Come per smentirci, il salone del Caffér Tommaseo si è improvvisamente riempito. Ancorata proprio di fronte Piazza Italia, a una decina di metri dall’ex palazzo della Lloyd Adriatica ora diventato prefettura, una nave da crociera Costa sfida l’enorme gru di scarico, entrata in servizio all’inizio del secolo scorso e ormai monumento storico industriale. Sabrina Morena sorride:” La città ritorna ad essere italiana grazie ai turisti, costretti dalla crisi a limitare i loro viaggi all’estero”, fa notare, indicando sul porto l’ingresso del suo festival, il Teatro Milla, teatro sloveno.
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| Ex territori irredenti al confine con la ex Yugoslavia |
La verità? Melitta Richter, insegnante di letteratura serbo-croata, azzarda un’ipotesi, accomodandosi sotto al vecchio orologio del Tommaseo. “Trieste non è più un punto di partenza. Non esiste più la ferrovia che la collegava a Lubiana. Perdendo i suoi collegamenti di un tempo con l’entroterra balcanico, essa ha perso la sua forza e finge di ignorare i nuovi arrivati, immigrati cinesi, somali, o del vicino oriente”. A conferma di questo cambiamento di tendenza, la statua di bronzo dello scrittore irlandese James Joice, contemporaneo di D’Annunzio, si affianca oggi, sul canale, alle strade piene di negozi cinesi da quattro soldi.
“La vera crisi, per una città leggendaria come Trieste, è essersi normalizzata” il libraio Matteo sorride di fronte ad un caffè ristretto Illy, concludendo in dialetto friulano, di fronte all’Adriatico illuminato dal sole :”Cos ti vol, no si pol!” (Che vuoi, non ci possiamo fare nulla!). * www.cei.int
mercoledì 8 agosto 2012
François Hollande, “l’amico francese” degli italiani
François Hollande, "l'ami français" des Italiens
Di Marcelle Padovani
Pubblicato in Francia il 31 luglio 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli per Italia Dall'Estero
Nell’immaginario italiano, il capo di stato francese sta diventando sempre più l’uomo del “nord” che ha a cuore gli interessi dei popoli del “sud”
François Hollande sta conquistando gli italiani. I media lo descrivono come un “amico” dell’Italia, dell’euro e dell’Europa, e questo basterebbe a renderlo simpatico. Ma ha un atteggiamento talmente anti Merkel, anti Sarkozy e anti “Merkozy”, che gli italiani si sentono portati a rivedere l’opinione che avevano avuto durante la campagna presidenziale a proposito della sua eccessiva “morbidezza” e “indecisione”.
Nell’immaginario italiano François Hollande sta diventando sempre più l’uomo del “nord” che ha a cuore gli interessi dei popoli del “sud”, italiani, spagnoli, greci, ingiustamente disprezzati dalla Germania e dai suoi alleati di Finlandia e Olanda. E’ la prima volta dall’epoca Mitterrand che si verifica una simile osmosi tra l’umore dell’opinione pubblica e le sensazioni dei politici.
Antagonismo convergente
La prima conseguenza è che Mario Monti, sostenitore convinto del liberalismo, tecnico privo di qualsiasi simpatia verso il socialismo, si sente a proprio agio con il presidente francese. Chissà se prima o poi “Super Mario” si convincerà che le idee “tecniche” permeate di “conservatorismo sociale” non sono le uniche valide nel mondo capitalistico occidentale? Chissà se, pur avendo i due presidenti radici ideologicamente così contrapposte, non possa prevalere il sentimento comune di interesse nazionale ed europeo, che per una volta coincidono alla perfezione?
Superata l’epoca berlusconiana?
Tutti gli italiani considerano François Hollande all’origine nella recente inversione di marcia della Germania, che è sfociata nella dichiarazione della cancelliera “Faremo di tutto per proteggere l’Euro” e nella richiesta di rispettare le decisioni concordate in occasione del vertice del 28 e 29 giugno, che doveva prendere le difese delle banche spagnole contro la speculazione e dello stato italiano contro le variazioni ingiustificate dello spread.
Tutti pensano che il suo appoggio al presidente della BCE, Mario Draghi, rischia di essere decisivo per trascinare l’Europa e l’euro fuori dalla grave crisi che li sta sconvolgendo.Tutti si rallegrano della fine dell’asse Parigi-Berlino, così rigido da sembrare un direttorio. La Repubblica ha scritto “E’ merito del presidente francese”, mentre il Corriere della Sera si dice lieto che François Hollande abbia riconosciuto pubblicamente che l’Italia ha fatto tutto il possibile per tornare in carreggiata dopo gli anni disastrosi del lassismo berlusconiano. Persino i (piccoli) avatar della vita privata del presidente francese sono stati visti con indulgenza dagli italiani: il fatto che Hollande sia circondato da una ex moglie e dall’attuale compagna, entrambe ambiziose e moderne, è un po’ diverso, bisogna dirlo, dalle vicende di culi, vergini, minorenni, subrettine e escort di ogni tipo che hanno caratterizzato il “ventennio” berlusconiano.
Di Marcelle Padovani
Pubblicato in Francia il 31 luglio 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli per Italia Dall'Estero
Nell’immaginario italiano, il capo di stato francese sta diventando sempre più l’uomo del “nord” che ha a cuore gli interessi dei popoli del “sud”
François Hollande sta conquistando gli italiani. I media lo descrivono come un “amico” dell’Italia, dell’euro e dell’Europa, e questo basterebbe a renderlo simpatico. Ma ha un atteggiamento talmente anti Merkel, anti Sarkozy e anti “Merkozy”, che gli italiani si sentono portati a rivedere l’opinione che avevano avuto durante la campagna presidenziale a proposito della sua eccessiva “morbidezza” e “indecisione”.
Nell’immaginario italiano François Hollande sta diventando sempre più l’uomo del “nord” che ha a cuore gli interessi dei popoli del “sud”, italiani, spagnoli, greci, ingiustamente disprezzati dalla Germania e dai suoi alleati di Finlandia e Olanda. E’ la prima volta dall’epoca Mitterrand che si verifica una simile osmosi tra l’umore dell’opinione pubblica e le sensazioni dei politici.
Antagonismo convergente
La prima conseguenza è che Mario Monti, sostenitore convinto del liberalismo, tecnico privo di qualsiasi simpatia verso il socialismo, si sente a proprio agio con il presidente francese. Chissà se prima o poi “Super Mario” si convincerà che le idee “tecniche” permeate di “conservatorismo sociale” non sono le uniche valide nel mondo capitalistico occidentale? Chissà se, pur avendo i due presidenti radici ideologicamente così contrapposte, non possa prevalere il sentimento comune di interesse nazionale ed europeo, che per una volta coincidono alla perfezione?
Superata l’epoca berlusconiana?
Tutti gli italiani considerano François Hollande all’origine nella recente inversione di marcia della Germania, che è sfociata nella dichiarazione della cancelliera “Faremo di tutto per proteggere l’Euro” e nella richiesta di rispettare le decisioni concordate in occasione del vertice del 28 e 29 giugno, che doveva prendere le difese delle banche spagnole contro la speculazione e dello stato italiano contro le variazioni ingiustificate dello spread.
Tutti pensano che il suo appoggio al presidente della BCE, Mario Draghi, rischia di essere decisivo per trascinare l’Europa e l’euro fuori dalla grave crisi che li sta sconvolgendo.Tutti si rallegrano della fine dell’asse Parigi-Berlino, così rigido da sembrare un direttorio. La Repubblica ha scritto “E’ merito del presidente francese”, mentre il Corriere della Sera si dice lieto che François Hollande abbia riconosciuto pubblicamente che l’Italia ha fatto tutto il possibile per tornare in carreggiata dopo gli anni disastrosi del lassismo berlusconiano. Persino i (piccoli) avatar della vita privata del presidente francese sono stati visti con indulgenza dagli italiani: il fatto che Hollande sia circondato da una ex moglie e dall’attuale compagna, entrambe ambiziose e moderne, è un po’ diverso, bisogna dirlo, dalle vicende di culi, vergini, minorenni, subrettine e escort di ogni tipo che hanno caratterizzato il “ventennio” berlusconiano.
giovedì 2 agosto 2012
Le montagne di debiti delle città italiane
Les montagnes de dettes des cités italiennes
di Sylvie Arsever
Pubblicato in Svizzera il 24 luglio 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli per Italia dall'Estero
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| Situazione degli Stati dell'UE e del loro debito pubblico |
Dopo Venezia, nel XII secolo, le città mercantili dell’Italia settentrionale iniziarono a convertire il proprio debito in titoli negoziabili che garantivano una rendita più o meno regolare a chi li possedeva. Un modello destinato a fare scuola.
A Firenze, tutto inizia con dei fallimenti: nel 1343, la famiglia Peruzzi, che ha prestato soldi a Edoardo III di Inghilterra, va in rovina a seguito della decisione di quest’ultimo di dichiarare bancarotta. Il prestito concesso ai monarchi ha trasformato i ricchi negozianti fiorentini, primi fra tutti i Medici, in banchieri d’Europa. Ma i sovrani hanno potere, sono capricciosi e i rischi sono elevati. Il fallimento di queste due famiglie, seguito da quello di molte altre, tra cui i Bardi, anch’essi influenti, scuote la Repubblica.
Bisogna trovare denaro e le tasse sono fuori questione. Il nobile Gualtieri di Brienne si è appena fatto cacciare per questo. I negozianti e gli artigiani italiani resistono con tutte le loro forze contro la tassazione diretta: un’ignominia, secondo loro, da riservare ai sudditi o ai vinti. In alternativa, concedono prestiti al Tesoro pubblico, a volte in misura volontaria a volte costretti, che fino al allora erano stati rimborsati negli anni successivi la loro emissione, prima di iniziare ad accumularsi.
Nel 1347, i debiti dello Stato vengono raccolti in un unico fondo, il Monte comune, una montagna di debiti che le autorità ammettono di non essere in grado di rimborsare “per il momento”. Il comune concede un interesse del 5% inferiore a quelli applicati fin’ora, e in cambio autorizza coloro che avanzano crediti nei confronti del monte a rimetterli in vendita sul mercato.
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| Pagine del Libro dei prestiti della casa di san Giorgio (Genova) |
In questo tipo di operazione è stata individuata la genesi di molti fenomeni, dalla nascita di un debito pubblico consolidato nel senso moderno del termine, all’ antica origine delle banconote. Gli storici fanno notare che si tratta di una considerazione che senza dubbio non tiene conto del modo in cui i contemporanei vivevano quella situazione. Ma una cosa è certa. I crediti sui monti veneziani e fiorentini, come quelli sull’omologa genovese, la [Casa delle] Compere, diventano rapidamente un mezzo di pagamento, ancor più apprezzato se si tiene conto che le finanze commerciali italiane sono perennemente bloccate dalla strettezza di denaro [in italiano nel testo, N.d.T.], mancanza di moneta, la cui quantità è determinata dalla quantità di metallo prezioso a disposizione.
L’altra moneta, almeno, non può fallire. Il primo monte creato a Venezia nel 1262 esiste tutt’ora, ed è chiamato Monte Vecchio da quando è stato creato nel 1482 un Monte Nuovo, a cui ha fatto seguito l’apertura nel 1509 di un Monte nuovissimo...
A Firenze non aspettano così tanto. La fine del XIV secolo vede il moltiplicarsi di vendite pubbliche, in cui i nuovi titoli sono venduti a volte per la metà, altre addirittura per un terzo del loro valore nominale.
I motivi di questa continua necessità di denaro sono sia dovuti alle circostanze - vengono emessi nuovi titoli in occasione di conflitti bellici, all’epoca numerosi, in cui la città è coinvolta - che strutturali: le tasse vengono man mano sempre più assorbite dagli interessi del debito. Le ricchezza, quindi, si sposta sempre più verso i ceti alti: le rendite dei dazi e delle gabelle, che gravano su tutti i cittadini, confluiscono nelle borse di chi è stato in grado di concedere i prestiti più sostanziosi. Nel 1352, il 2% dei fiorentini più ricchi detiene il 25% delle ricchezze, che diventano il 42$ nel 1404.
Questo fenomeno non sfugge agli osservatori del tempo, che muovono critiche verso un processo che priva la popolazione attiva di capitali, mentre arricchisce coloro che non lavorano - una recriminazione che ritroveremo in tutta la storia delle rendite. Il debito è all’origine delle rivendicazioni dei “ciompi”, i lavoratori del settore tessile, che nel 1378 si ribellano chiedendone l’ammortamento, oltre la soppressione degli interessi e l’introduzione di un’imposta diretta.
Non è ancora il momento. La rivolta viene sedata e la montagna continua a crescere: nel 1427, le entrate non sono più sufficienti per garantire la gestione dei debiti. Un secolo dopo, lo storico Francesco Guicciardini dirà in poche parole: o Firenze distruggerà il Monte, o il Monte distruggerà Firenze…
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| Usurai |
La questione è così scottante che il prestito con interesse diventa oggetto di un’ accesa discussione teologica. Per i padri della Chiesa, il denaro deve circolare ed essere messo a disposizione dei bisognosi. Bisognerà attendere l’inizio del XV secolo perché Bernardino da Siena ammetta che il risparmio è legittimo solo se ha come scopo un investimento a favore del bene comune.
Più che le differenze economiche tra i feudatari e i loro servi, la critica al lucro colpisce i negozi e il prestito con interesse. Le continue condanne dei concili a partire dal XI secolo non portano a nulla: il credito, in particolare su pegno, si diffonde a tal punto che i francescani creeranno nel XV secolo dei loro monti, finanziati con le offerte e destinati ai poveri: i monti di pietà.
Spesso, ma non sempre, gli usurai sono ebrei. Autorizzati ad esercitare nelle città in base ad accordi che fissano i tassi e le loro condizioni di attività, questi ultimi sono spesso costretti attraverso minacce di espulsione o strumentalizzazioni dell’ostilità popolare, a rinegoziare i loro interessi al ribasso, ossia ad acquistare il proprio diritto di soggiorno mediante delle elargizioni nei confronti della collettività pubblica.
Se il Vaticano resta fermo nella sua condanna all’usura, alcuni giuristi cercano di adattare la dottrina alla realtà: dopotutto, chi presta ad un infelice spinto dalla carità cristiana, non si priva del profitto che avrebbe potuto guadagnare usando in altro modo il suo denaro?
Con il passare del tempo si diffonde la distinzione, ancor oggi in uso, tra l’interesse legittimo e quello estorto ad un creditore messo alle strette; una sfumatura che, in pratica, si basa sull’aliquota del tasso applicato, e spiega perchè gli interessi sui monti restano ufficialmente bloccati al 5%, cosa che spinge ad emettere titoli ad un valore inferiore di quello nominale.
Se il prestito allo Stato in sé è consentito - non è forse espressione del giusto attaccamento dei cittadini alla loro patria? - il fatto di ripagarlo con gli interessi è messo in discussione molto più frequentemente. La vendita dei titoli genera aspri contrasti tra i commentatori, e soltanto i più audaci la difendono come fosse un normale contratto commerciale.
Questo non impedisce ai mercati dei monti di restare particolarmente attivi. Fino al 5 % del debito pubblico, secondo lo storico Luciano Pezzolo, viene scambiato ogni anno. Lo si trova nei testamenti, nelle beneficenze fatte ai poveri, nelle donazioni alle fondazioni di carità. Lo si utilizza come garanzia, lo si scambia con immobili e, utilizzando un importo equivalente in denaro liquido, si può anche utilizzare anche per partecipare a nuove aste pubbliche...
Nel 1425 nasce un altro piccolo monte, il Monte delle fanciulle, che consente ai padri di famiglia di far fruttare le somme destinate in dote alle proprie figlie. I depositi hanno una scadenza in funzione dell’età della bambina e fruttano interessi compositi. Se la figlia muore o entra in convento prima della scadenza, viene rimborsato solo il capitale netto. E’ un successo, fino a quando Lorenzo il Magnifico sospende i pagamenti. Il provvedimento contribuisce ad inasprire il malcontento, che sfocerà nell’ascesa al potere del monaco domenicano Gerolamo Savonarola nel 1494, con un brevissimo governo repubblicano e fortemente puritano.
Malgrado la caduta dei titoli a quotazioni a volte molto inferiori ai loro valori nominali, malgrado numerose moratorie sul pagamento degli interessi, possedere un buono del tesoro pubblico, anche se di poco valore, è un buon affare. Soprattutto per coloro che sono in condizione di riscattare un quinto, o anche un decimo, della quota del titolo stesso, il cui rendimento, anche se non sicuro, resta stabile sul valore nominale. Ma è una pratica che resta riservata ad un’élite: nel 1427, l’86% dei monti sono nelle mani del 10% dei fiorentini, mentre il 71% delle famiglie non ne possiede neanche uno e talvolta si trova nelle condizioni di doversi indebitare per far fronte a prestiti forzosi.
Quest’ultima caratteristica porta alcuni storici a relativizzare la modernità apparente del sistema. Ciò che mantiene un determinato valore dei monti, malgrado una grandissima instabilità, non è il fatto che siano emessi da un’istituzione statale permanente, contrariamente a quanto succede con i buoni del tesoro contemporanei, ma lo stretto controllo che i principali creditori riescono ad esercitare sulla collettività debitrice.
E’ Genova che andrà oltre questa logica, con la creazione nel 1407 di un’istituzione del tutto nuova, con cui i creditiori della città si assicurano di fatto il monopolio sulla politica: la Casa di San Giorgio, nata dalla fusione di varie associazioni di creditori delle compere, che in cambio si erano visti cedere vari interessi fiscali e doganali. Diventata finalmente padrona assoluta di questi crediti, questa Casa assicura l’abolizione delle gabelle e ottiene progressivamente il monopolio sul commercio del sale, l’amministrazione delle colonie, la gestione del debito e l’abolizione di nuovi mutui. Basti dire che a Genova non si fa nulla se la Casa di San Giorgio non è d’accordo: un dominio privato, attenuato dai timori dei procuratori di san Giorgio, che decidono di lasciare libera una quota di partecipazione, per ammettervi al proprio interno le corporazioni importanti della città.
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| Banco dei pegni o Monte di Pietà |
Essere iscritti nei libri contabili di San Giorgio diventa presto un sistema per fare affari a Genova. Piccole quote - o luoghi [in italiano nel testo, N.d.T.] - dei debiti circolano come moneta corrente, così come i diritti agli interessi - o paghe [in italiano nel testo, N.d.T.] - che ne derivano.
Resta la questione che si pongono tutti gli osservatori della crisi greca di oggi: come è andata a finire? Dipende. Soltanto Venezia, con uno sforzo immenso, riesce - una ventina di anni dopo la dispendiosissima vittoria di Lepanto contro i turchi nel 1571 - ad estinguere tutti i suoi debiti, per poi contrarli nuovamente una cinquantina di anni dopo.
Firenze e Genova si assestano su una forma di indebitamento perpetuo, a cui si ispireranno le corti europee, dove si diffonde piano piano il sistema di finanziamento tramite la vendita delle rendite. A Genova San Giorgio, una volta diventata istituzione stabile, attraverserà numerose traversie politiche, che sconvolgeranno la città tra il XV e il XVI secolo. Consacrando definitivamente il dominio degli interessi dell’oligarchia sull’oligarchia stessa, la Casa incarna anche una determinata concezione,finalmente stabile, di bene pubblico. La Casa di San Giorgio esiste ancora, come banca, dopo il periodo delle conquiste napoleoniche.
martedì 24 luglio 2012
Una scuola intitolata a Benito Mussolini in Italia?
Une école Benito Mussolini en Italie?
Pubblicato in Francia il 14 luglio 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli per Italia dall'Estero
Secondo quanto riportato sabato scorso su un quotidiano locale, un assessore del comune di Pieve Saliceto, paesino dell’Italia settentrionale, ha proposto di intitolare a Benito Mussolini la ex scuola della frazione [del comune di Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia, N.d.T.] dove il dittatore fascista insegnò all’inizio del secolo. Nel 1902 Benito Mussolini (1883-1945) è stato insegnante supplente in questa scuola elementare, riconvertita poi in sala polivalente. Ecco perchè Giovanni Iotti, assessore del PdL, ha proposto di intitolare l’edificio a “Benito Mussolini, maestro”.
“Non intendo esaltare la figura del Mussolini capo del partito fascista. Intendo invece far ricordare la figura di Mussolini insegnante nelle scuole elementari di questa nostra frazione” ha chiarito l’assessore al quotidiano Il Resto del Carlino, citato dall’ANSA. “Gli anziani del paese, i figli e i nipoti di quelli che furono suoi allievi, ne hanno sentito parlare come di un maestro severo ma ben preparato” aggiunge, ricordando che Mussolini ritornò nel paese negli anni Trenta per inaugurare la nuova scuola.
Il vice sindaco Francesco Villani si è opposto a questo progetto: “Non sono d’accordo, quando Mussolini è venuto in visita alla scuola era già un dittatore”. Fondatore del partito fascista italiano e alleato del regime nazista di Adolf Hitler, il Duce ha governato l’Italia dal 1922 al 1943. Secondo una legge del 1952 l’apologia del fascismo è un reato.
Pubblicato in Francia il 14 luglio 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli per Italia dall'Estero
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| Scuola elementare di Pieve Saliceto (RE) |
Secondo quanto riportato sabato scorso su un quotidiano locale, un assessore del comune di Pieve Saliceto, paesino dell’Italia settentrionale, ha proposto di intitolare a Benito Mussolini la ex scuola della frazione [del comune di Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia, N.d.T.] dove il dittatore fascista insegnò all’inizio del secolo. Nel 1902 Benito Mussolini (1883-1945) è stato insegnante supplente in questa scuola elementare, riconvertita poi in sala polivalente. Ecco perchè Giovanni Iotti, assessore del PdL, ha proposto di intitolare l’edificio a “Benito Mussolini, maestro”.
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| Un giovane Benito Mussolini |
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| Mussolini inaugura una scuola rurale |
lunedì 16 luglio 2012
Napoli invasa da scarafaggi giganti
Naples envahie par des cafards géants
Negli ultimi giorni sono venuti fuori dalle fognature scarafaggi grandi fino a 7 centimentri.
Pubblicato in Francia il 12 luglio 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli per Italia dall'Estero
| Condizione delle strade a Napoli pochi giorni fa |
Le autorità locali hanno annunciato che martedì scorso la città di Napoli si è decisa ad adottare misure per la disinfestazione, nella lotta contro gli scarafaggi usciti dalle fognature nei giorni scorsi e che raggiungono la lunghezza di sette centimetri
A seguito di una riunione straordinaria, il comune, e la ASL di Napoli responsabile della gestione delle fognature urbane, hanno deciso di intensificare le operazioni di disinfestazione.
Dal mese di aprile i netturbini lavorano di notte per evitare ogni contatto tra i prodotti insetticidi e gli abitanti, ma “verranno programmate attività anche di giorno”, ha dichiarato Maurizio Scoppa, direttore dell’ASL.
Il caldo torrido accentua la proliferazione
La proliferazione di questi insetti, accentuata dal caldo torrido che grava sul centro sud, l’afa e i rifiuti umidi, hanno riproposto la polemica sull’igiene a Napoli, già sotto accusa per la gestione dei rifiuti domestici.
Il quotidiano “Repubblica” ha parlato di “invasione di scarafaggi giganti” e alcuni esperti di salute pubblica hanno paventato rischi di malattie come il tifo e l’epatite A.
La portavoce del sindaco di Napoli, Maria Bonacci ha risposto che “non esiste alcun rischio sanitario”. “Gli esperti escludono qualsiasi pericolo per la salute della popolazione. Non esiste alcuna situazione di urgenza, si tratta solo di un fenomeno che riguarda zone circoscritte del territorio” ha voluto puntualizzare.Secondo Maria Bonacci, non si può parlare di “invasione” di scarafaggi anche se il numero degli insetti è aumentato in maniera sensibile rispetto alle precedenti estati.
La portavoce del comune di Napoli che dalle elezioni del maggio 2011 è amministrato da Italia dei Valori, ha attribuito la responsabilità dei fatti alla precedente amministrazione (Partito Democratico), che accusa di “non aver provveduto alla pulizia delle fognature”.
| Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris |
Mancanza di mezzi
Questa situazione è da attribuire, oltre al caldo e all’assenza di precipitazioni, alla mancanza di mezzi da parte della municipalità e della società che raccoglie la spazzatura, ha dichiarato il responsabile della ASL. “Una delle cause di questo fenomeno si può ricondurre a questioni organizzative tra la gestione delle fognature e quella dei rifiuti” sempre secondo Maurizio Scoppa,
che dà la colpa “alla mancanza di personale in municipio”, senza il quale gli addetti della ASL non possono accedere alle fognature per la disinfestazione.
A questo si aggiunge che se i napoletani devono depositare i sacchetti della spazzatura dopo le otto di sera, questi vengono raccolti solo la mattina dopo, perché mi pare che il lavoro notturno costi meno”. “La spazzatura resta in strada tutta la notte e le temperature sono molto alte, attirando quindi numerosi “ospiti”, ha aggiunto.
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domenica 15 luglio 2012
Enormi pannelli pubblicitari deturpano i monumenti italiani
Des monuments italiens défigurés par des publicités géantes
di Mélody Piu
Pubblicato in Francia il 5 luglio 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli per ItaliaDall'Estero
La crisi e le misure di austerità sono una continua minaccia per il patrimonio culturale italiano. Il paese è costretto a ricorrere al settore privato, cedendo i diritti d’uso dei monumenti oppure, in molti casi, addirittura vendendoli.
Il Colosseo e la Fontana di Trevi si stanno sgretolando, la Domus Aurea e gli scavi di Pompei cadono a pezzi, le Mura di Aurelio sono in agonia …: pezzo dopo pezzo il patrimonio italiano sta sparendo (47 sono i siti censiti all’Unesco, il patrimonio più ricco del mondo) e il settore della cultura è uno dei più colpiti dalle misure di austerità adottate dal governo.
Secondo Il Fatto Quotidiano, il Ministero dei Beni Culturali ha visto il suo budget ridursi di un terzo (1.42 miliardi di euro) in tre anni (dal 2008 e il 2011), eppure l’Italia è l’unico paese in cui la conservazione del patrimonio storico ed artistico è uno dei principi fondanti della Costituzione (articolo 9). Cosa si può fare allora? Per preservare i siti prima che sia troppo tardi, le amministrazioni locali e in particolare le sovrintendenze hanno deciso di ricorrere agli sponsor e a donazioni da parte di privati, persino vendere i monumenti.
Moltissime città tra cui Roma, Venezia e Milano inizialmente si sono rivolte a aziende come la Coca Cola o la H&M a cui affidare i lavori di restauro, concedendo in cambio alle agenzie di rivestire fino al 50 % della superficie dell’edificio con enormi pannelli pubblicitari per tutta la durata dei lavori. Secondo Francesco Bandarin, responsabile culturale all’Unesco, vendere pubblicità è “un sistema accettabile” per finanziare le opere di restauro in un periodo di crisi finanziaria, anche se “esistono numerosi casi in cui si è superato il limite”.
Venezia, la nuova Disneyland?
Nell’ottobre del 2012, il quotidiano inglese The Guardian ha pubblicato le foto del Palazzo Ducale avvolto da un enorme pannello pubblicitario della Coca Cola, che nascondeva interamente l’edificio rendendolo praticamente irriconoscibile. Un portavoce del sindaco di Venezia spiegò allora al quotidiano The Observer che “Venezia era costretta a ricorrere a questi espedienti per conservare i suoi preziosi monumenti”. Le entrate degli sponsor riuscirono a coprire interamente le spese per i lavori di restauro del palazzo Ducale e del Ponte dei Sospiri (2.8 milioni di euro).
Nel febbraio del 2012, il Fatto Quotidiano denuncia che Venezia si sta trasformando in una specie di “Disneyland”, pubblicando la foto del Campanile di San Marco su cui veniva proiettato il marchio gigante dell’Hard Rock Café. I turisti possono “ammirare” ancora oggi un immenso pannello pubblicitario affisso sulla facciata della Biblioteca Marciana di fronte al Palazzo dei Dogi.
Per quanto riguarda il Colosseo a Roma, la cui facciata è ridotta in uno stato pietoso a causa degli agenti atmosferici e dell’inquinamento urbano, Diego Dalla Valle, patron di Tod’s, ha vinto la gara d’appalto bandita dal comune, aggiudicandosela con un offerta di 25 milioni di euro. Ma molte associazioni hanno accusato il magnate della calzatura di voler sfruttare il monumento per fini commerciali per affiggervi dei cartelloni pubblicitari. Nonostante ciò il TAR del Lazio ha respinto mercoledì il ricorso contro Diego Dalla Valle, che quindi sarà il padrino dei lavori di restauro del Colosseo, secondo quanto scrive il Messaggero.
Un nuovo medio Evo
Ma quando le amministrazioni locali non sono più in grado di far fronte alle spese dei lavori di manutenzione e le donazioni dei privati non bastano più, vendere è l’unica soluzione che rimane. In particolare è il caso di Venezia, dove sono sempre più i palazzi storici posti in vendita in questi ultimi anni. Nel 2008 il gruppo Benetton ha acquistato il Fondaco dei Tedeschi, un palazzo del 1500, ex sede dei commercianti tedeschi a Venezia, per trasformarlo in un centro commerciale.
Un anno dopo, François Pinault, fondatore del gruppo PPR, trasforma in un centro d’arte contemporanea permanente per le sue collezioni, Punta della Dogana, un palazzo del XVII° secolo, situato sull’Isola della Giudecca all’imboccatura del Canal Grande. Oggi persino Palazzo Manfrin, sempre a Venezia, un edificio del XVIII° secolo che si affaccia sul canale di Cannaregio, è in vendita ed è acquistabile per 20.5 milioni di dollari.
“Ecco i nuovi mecenati del nuovo Rinascimento” scrive Il Fatto. “Più che di un Rinascimento si tratta di un nuovo oscuro Medio Evo, che vede andare in frantumi un patrimonio comune a vantaggio di nuovi, e spietati, feudatari”, aggiunge il quotidiano.
Il quotidiano americano Washington Post riporta che secondo il responsabile degli affari culturali della Regione Veneto, Fausta Bressani, la decisione di vendere è stata l’ultima risorsa, dopo che la regione si era rivolta per un aiuto finanziario al governo, alla Commissione europea e ad altri possibili finanziatori. “Ci troviamo di fronte ad una enorme crisi e il futuro è ancora incerto [...] ma penso sia ancora possibile trovare dei finanziatori privati che rispettino la natura culturale degli edifici”
Ma per Alessandra Mottola Molfino, presidente del gruppo Italia Nostra (un’associazione che si batte contro il progetto di trasformazione del Fondaco dei Tedeschi del gruppo Benetton) “i nostri monumenti vengono mortificati da questi passaggi di denaro tra poteri pubblici e privati. Siamo così al verde che non ci resta altro che mettere in vendita i nostri antenati?”.
Se moltissimi italiani temono la privatizzazione del patrimonio del proprio paese, non vogliono però neanche rivivere una seconda Pompei, quando la Casa dei Gladiatori crollò sotto gli occhi dei turisti nel novembre del 2010, così come una parte delle mura esterne della citta antica.
Per Jean François Bernard, architetto nella scuola francese di Roma e esperto in monumenti antichi, “il problema principale è soprattutto il restauro, poichè spesso le ditte private si accontentano solo di realizzare brevi lavoretti che fruttino un guadagno veloce, mentre sarebbe necessario in alcuni casi un restauro più completo per mantenere in piedi un edificio”.
di Mélody Piu
Pubblicato in Francia il 5 luglio 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli per ItaliaDall'Estero
La crisi e le misure di austerità sono una continua minaccia per il patrimonio culturale italiano. Il paese è costretto a ricorrere al settore privato, cedendo i diritti d’uso dei monumenti oppure, in molti casi, addirittura vendendoli.
Il Colosseo e la Fontana di Trevi si stanno sgretolando, la Domus Aurea e gli scavi di Pompei cadono a pezzi, le Mura di Aurelio sono in agonia …: pezzo dopo pezzo il patrimonio italiano sta sparendo (47 sono i siti censiti all’Unesco, il patrimonio più ricco del mondo) e il settore della cultura è uno dei più colpiti dalle misure di austerità adottate dal governo.
Secondo Il Fatto Quotidiano, il Ministero dei Beni Culturali ha visto il suo budget ridursi di un terzo (1.42 miliardi di euro) in tre anni (dal 2008 e il 2011), eppure l’Italia è l’unico paese in cui la conservazione del patrimonio storico ed artistico è uno dei principi fondanti della Costituzione (articolo 9). Cosa si può fare allora? Per preservare i siti prima che sia troppo tardi, le amministrazioni locali e in particolare le sovrintendenze hanno deciso di ricorrere agli sponsor e a donazioni da parte di privati, persino vendere i monumenti.
Moltissime città tra cui Roma, Venezia e Milano inizialmente si sono rivolte a aziende come la Coca Cola o la H&M a cui affidare i lavori di restauro, concedendo in cambio alle agenzie di rivestire fino al 50 % della superficie dell’edificio con enormi pannelli pubblicitari per tutta la durata dei lavori. Secondo Francesco Bandarin, responsabile culturale all’Unesco, vendere pubblicità è “un sistema accettabile” per finanziare le opere di restauro in un periodo di crisi finanziaria, anche se “esistono numerosi casi in cui si è superato il limite”.
Venezia, la nuova Disneyland?
Nell’ottobre del 2012, il quotidiano inglese The Guardian ha pubblicato le foto del Palazzo Ducale avvolto da un enorme pannello pubblicitario della Coca Cola, che nascondeva interamente l’edificio rendendolo praticamente irriconoscibile. Un portavoce del sindaco di Venezia spiegò allora al quotidiano The Observer che “Venezia era costretta a ricorrere a questi espedienti per conservare i suoi preziosi monumenti”. Le entrate degli sponsor riuscirono a coprire interamente le spese per i lavori di restauro del palazzo Ducale e del Ponte dei Sospiri (2.8 milioni di euro).
Nel febbraio del 2012, il Fatto Quotidiano denuncia che Venezia si sta trasformando in una specie di “Disneyland”, pubblicando la foto del Campanile di San Marco su cui veniva proiettato il marchio gigante dell’Hard Rock Café. I turisti possono “ammirare” ancora oggi un immenso pannello pubblicitario affisso sulla facciata della Biblioteca Marciana di fronte al Palazzo dei Dogi.
Per quanto riguarda il Colosseo a Roma, la cui facciata è ridotta in uno stato pietoso a causa degli agenti atmosferici e dell’inquinamento urbano, Diego Dalla Valle, patron di Tod’s, ha vinto la gara d’appalto bandita dal comune, aggiudicandosela con un offerta di 25 milioni di euro. Ma molte associazioni hanno accusato il magnate della calzatura di voler sfruttare il monumento per fini commerciali per affiggervi dei cartelloni pubblicitari. Nonostante ciò il TAR del Lazio ha respinto mercoledì il ricorso contro Diego Dalla Valle, che quindi sarà il padrino dei lavori di restauro del Colosseo, secondo quanto scrive il Messaggero.
Un nuovo medio Evo
Ma quando le amministrazioni locali non sono più in grado di far fronte alle spese dei lavori di manutenzione e le donazioni dei privati non bastano più, vendere è l’unica soluzione che rimane. In particolare è il caso di Venezia, dove sono sempre più i palazzi storici posti in vendita in questi ultimi anni. Nel 2008 il gruppo Benetton ha acquistato il Fondaco dei Tedeschi, un palazzo del 1500, ex sede dei commercianti tedeschi a Venezia, per trasformarlo in un centro commerciale.
Un anno dopo, François Pinault, fondatore del gruppo PPR, trasforma in un centro d’arte contemporanea permanente per le sue collezioni, Punta della Dogana, un palazzo del XVII° secolo, situato sull’Isola della Giudecca all’imboccatura del Canal Grande. Oggi persino Palazzo Manfrin, sempre a Venezia, un edificio del XVIII° secolo che si affaccia sul canale di Cannaregio, è in vendita ed è acquistabile per 20.5 milioni di dollari.
“Ecco i nuovi mecenati del nuovo Rinascimento” scrive Il Fatto. “Più che di un Rinascimento si tratta di un nuovo oscuro Medio Evo, che vede andare in frantumi un patrimonio comune a vantaggio di nuovi, e spietati, feudatari”, aggiunge il quotidiano.
Il quotidiano americano Washington Post riporta che secondo il responsabile degli affari culturali della Regione Veneto, Fausta Bressani, la decisione di vendere è stata l’ultima risorsa, dopo che la regione si era rivolta per un aiuto finanziario al governo, alla Commissione europea e ad altri possibili finanziatori. “Ci troviamo di fronte ad una enorme crisi e il futuro è ancora incerto [...] ma penso sia ancora possibile trovare dei finanziatori privati che rispettino la natura culturale degli edifici”
Ma per Alessandra Mottola Molfino, presidente del gruppo Italia Nostra (un’associazione che si batte contro il progetto di trasformazione del Fondaco dei Tedeschi del gruppo Benetton) “i nostri monumenti vengono mortificati da questi passaggi di denaro tra poteri pubblici e privati. Siamo così al verde che non ci resta altro che mettere in vendita i nostri antenati?”.
Se moltissimi italiani temono la privatizzazione del patrimonio del proprio paese, non vogliono però neanche rivivere una seconda Pompei, quando la Casa dei Gladiatori crollò sotto gli occhi dei turisti nel novembre del 2010, così come una parte delle mura esterne della citta antica.
Per Jean François Bernard, architetto nella scuola francese di Roma e esperto in monumenti antichi, “il problema principale è soprattutto il restauro, poichè spesso le ditte private si accontentano solo di realizzare brevi lavoretti che fruttino un guadagno veloce, mentre sarebbe necessario in alcuni casi un restauro più completo per mantenere in piedi un edificio”.
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