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giovedì 21 giugno 2012

Nei paesi del sud Europa la terza età è ben salda al potere

Le troisième âge s'accroche au pouvoir en Europe du Sud
di Simon Benoit-Guyod
Pubblicato in Francia il 13 giugno
Traduzione di Claudia Marruccelli

Gli italiani di una certa età non sembrano disposti a mollare le redini del paese. Monti e Napolitano insieme superano i 150 anni. In Grecia, il presidente ha appena compiuto 83 anni. Panoramica dei capi di stato più anziani e più giovani in Europa.

L'Italia è un paese di vecchi governato da anziani. Secondo un recente studio congiunto della Università della Calabria e della Coldiretti, la classe dirigente italiana è la più vecchia d'Europa. L'età media dei suoi componenti è di 59 anni.
Con un'età media di 67 anni, i dirigenti della finanza e i vescovi Italiani si aggiudicano l’oscar italiano della vecchiaia. L'età media dei membri dell’attuale governo è di 64 anni. Con 69 anni, il primo ministro Mario Monti sembra quasi un adolescente all'interno della classe politica italiana, rispetto alle 86 primavere del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
I docenti universitari (da non confondere con i "decani"), la cui età media arriva a 63 anni sono da considerarsi i professionisti più anziani d’ Italia, seguiti da manager delle grandi aziende pubbliche (61 anni).

Crisi demografiche ed economiche
Ma ad invecchiare è tutta la popolazione italiana. Da oltre trent'anni, il paese sta attraversando una grave crisi demografica. Secondo le statistiche della Banca Mondiale, due italiani su cinque anno 65 anni o più. Lo scorso anno, il tasso di crescita naturale è stato negativo (-0,06%).
La colpa è da imputare ada un tasso di fertilità molto basso: 1,3 figli per donna contro due in Francia. Con la Germania, l'Italia è indietro nella fertilità a livello europeo.
Inoltre, la crisi economica impedisce a giovani laureati di ottenere a posti di lavoro di responsabilità. Le prospettive di carriera sono limitate. Non bisogna meravigliarsi quindi se il rinnovamento della classe dirigente non riesce a prendere piede. Però non è così in tutta Europa.
Jyrki Katainem
Giovani al governo nel Nord Europa
E' nel nord che ci sono i leader politici più giovani. L'attuale Primo Ministro della Finlandia Jyrki Katainem hacompiuto 40 anni lo scorso autunno. È il più giovane capo di governo dell'Unione europea, attualmente in carica. Il primo ministro della Lettonia Vladis Dombrovskis è nato anche lui nel 1971.
Quell'anno, Mario Monti già era docente di economia presso l'Università di Torino e Francois Hollande faceva la maturità al liceo Pasteur di Neuilly-sur-Seine.
Seguono i primi ministri della Danimarca e della Romania, 46 anni entrambi. Subito dopo c’è il capo di governo svedese Fredrik Reinfeldt, nato nel 1965 ed eletto come primo ministro,  già sei anni fa.
Fredrik Reinfeldt
David Cameron, un giovanotto
 Nel Regno Unito, l'età media di un deputato è di 50 anni, cioè quattro anni meno che in Italia. Ma il primo ministro David Cameron può vantare ventitre anni meno del suo omologo italiano. Quando ha assunto l'incarico nel 2010, Cameron, aveva allora 43 anni, diventandoo il più giovane primo ministro britannico dopo Lord Liverpool nel 1812.
Karolos Papoulos
Gli ultimi della classe
In Grecia, la classe politica fa fatica a rinnovarsi. All'età di 83 anni, presidente greco Karolos Papoulos è uno dei capi di Stato più anziani d'Europa. Giorgio Napolitano non è quindi l'unico capo di stato ottuagenario in Europa. E 'anche il caso della regina Elisabetta II, nata nel 1926, e la più monarca d'Europa.
All'età di 58 anni, Francois Hollande è all'interno della media europea, come la sua coscritta, la cancelliera tedesca Angela Merkel. Cosa potrebbe essere più "normale"?




lunedì 11 giugno 2012

Hollande contro la Merkel punta sul jolly italiano


Face à Merkel, Hollande mise sur le joker italien


diAriel Dumont

Mario Monti, Angela Merkel e François Hollande

Rafforzare le relazioni bilaterali tra Francia e Italia, preparare il mini-vertice che si terrà il 22 giugno a Roma tra le quattro maggiori economie europee, discutere della Spagna, della Siria e delle relazioni con gli Stati Uniti dopo le dichiarazioni del presidente Obama. È per parlare di tutto questo che François Hollande incontrerà Mario Monti il 14 giugno a Roma.
Il Presidente della Repubblica francese incontrerà anche il suo omologo italiano Giorgio Napolitano, la cui influenza non ha smesso di aumentare da quando ha abilmente costretto Berlusconi alle dimissioni lo scorso dicembre .
Secondo gli italiani, l’incontro sarebbe stato chiesto dall’Eliseo. Indiscrezione confermata da fonti secondo le quali l’incontro con l’ex Commissario europeo sarebbe essenziale per François Hollande.
In primo luogo perché Mario Monti è riconosciuto sulla scena internazionale per la sua esperienza riguardo gli affari europei.
Inoltre, il Presidente del Consiglio italiano è considerato un interlocutore molto attendibile dopo essere riuscito ad attuare le riforme necessarie alla ripresa economica della penisola.

Dal fortino tedesco battente la bandiera del NO: "Accidenti, abbiamo finito il filtro magico!"

Eurobond per la crescita
A cominciare dalla lotta all’evasione fiscale che ha già portato 13 miliardi nelle casse dello Stato. Quindi l’innalzamento graduale dell’età pensionabile e infine la riforma per rendere più flessibile il mercato del lavoro.
“Mentre la Francia potrebbe diventare il prossimo bersaglio dei mercati, François Hollande vuole sicuramente incontrare Mario Monti per discutere delle sue strategie per il risanamento [economico]”, sostiene un’altra fonte vicina a Palazzo Chigi.
Secondo Roma, il Presidente francese e il capo del governo italiano discuteranno dei metodi per combattere la crisi, e soprattutto degli Eurobonds, inizialmente presentati come uno strumento per condividere il debito [a livello europeo].
Ma secondo Francois Hollande e Mario Monti, che ne hanno già discusso, dovrebbero invece “essere utilizzati per il risanamento che deve garantire la crescita e la creazione di nuovi posti di lavoro”, come ha sottolineato Bernard Cazeneuve, ministro degli Affari Europei, in un’intervista al quotidiano di Fiat, “La Stampa”.
Angela Merkel e Mariano Rajoy

Un’unione bancaria europea
Per quanto riguarda il tema scottante delle banche spagnole, altra voce all’ordine del giorno del vertice del 14 giugno, l’idea di François Hollande sarebbe di “trovare una soluzione alla crisi bancaria spagnola, senza aumentare ulteriormente il deficit di bilancio della quarta economia della zona euro”, come ha spiegato Laurent Fabius ieri pomeriggio a Roma.
Il ministro degli Esteri francese ha parlato anche della creazione di un’ “unione bancaria europea” da attuare attraverso un sistema comune di sorveglianza.
Dobbiamo trovare dei meccanismi affinché i Paesi maggiormente in crisi non siano più soggetti a pressione”, ha detto Laurent Fabius. Il suo omologo italiano Giulio Terzi, nel frattempo, ha confermato che “sono attualmente in corso dei negoziati sulla crescita e la solidità del sistema finanziario e che a Bruxelles è stato già proposto il tema dell’unione bancaria”.
Zona Euro e i tagli del rating: nazioni con tre tagli in azzurro, con due tagli in rosso, nazioni senza tagli in arancione

Tre “Presidenti” contro una Cancelliera
Dopo questo primo incontro bilaterale, Francois Hollande sarà di nuovo a Roma il 22 giugno per partecipare ad un mini-summit quadrilaterale.
La Spagna inizialmente non era stata invitata a questo incontro, organizzato per consentire a Mario Monti, Francois Hollande e Angela Merkel di trovare una posizione comune in vista del vertice UE del 28 giugno sulla crescita.
Mariano Rajoy non avrebbe gradito di essere stato messo da parte. Poiché questo affronto ha fatto il giro delle prime pagine dei media spagnoli, Mario Monti, da buon diplomatico, avrebbe immediatamente spedito un invito a Madrid.
L’onore è salvo per il Presidente del governo spagnolo. Bisognerà vedere se tre presidenti, della Repubblica, del Consiglio e del Governo riusciranno a contrastare una Cancelliera che può contare su un’economia florida.
François Hollande ha dalla sua il vantaggio di una legittimità democratica molto recente. Vantaggio che aumenterà, se rafforzato da un successo della sinistra francese alle elezioni legislative.

giovedì 7 giugno 2012

Pensioni a confronto in Europa

Retraites: cotiser encore plus longtemps que nos voisins
Pubblicato in Francia il 06 giugno 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli

Il governo ha rivisto la riforma delle pensioni. Sarà di nuovo possibile andare in pensione a partire da 60 anni  di età.
Il ministro del lavoro, Xavier Bertrand, ha confermato il 5 luglio che il governo seguirà alla lettera il parere del Consiglio di Orientamento per le pensioni (COR), che auspica un nuovo allungamento del periodo di contribuzione necessario per avere il diritto alla pensione intera. La ragione data dal COR: l’aspettativa di vita che è aumentata da uno a quasi quattro anni. Sarà quindi necessario attualmente versare contributi  per almeno 166 trimestri, ovevro, 41,5 anni per avere diritto alla pensione. Questo vale per tutti quelli nati dopo il 1954.
Attualmente, ci vogliono 163 trimestri per i nati nel 1951, 164 per quelli nati tra nel 1952 e 165 per la generazione dal 1953 in poi, tranne coloro che hanno avuto la buona idea di nascere nel 1953 e nel 1954, in poche parole un trimestre in più di lavoro  di quello che serve per ottenere la pensione regolare - una volta che il parere del COR verrà approvato dal governo.
Mentre il passaggio dell'età legale per il pensionamento a 62 anni è appena entrata in vigore, questa nuova estensione della durata dei contributi non può che rafforzare la sensazione di molti dipendenti che le loro pensioni future sono molto virtuali.

I francesi lavorano più anni
"Guardate quello che sta accadendo in Europa, la Francia è il paese dove si va in pensione prima," hanno ripetuto a più riprese i ministri francesi e i deputati della maggioranza per giustificare lo slittamento da 60 a 62 anni. Xavier Bertrand, ha di nuovo messo a confronto il 5 luglio, in una trasmissione di Europe 1, la situazione francese con quella dei nostri immediati vicini di confine:
Alla fine, ci vorranno sia 62 anni [l'età legale di pensionamento. Ndr] che 41,5 anni di contributi, mentre in Germania ci vogliono 67 anni di età e 45 anni di contributi, in Spagna  65 anni di età. Preferiamo promuovere le riforme autonomamente, piuttosto che diventare un giorno come la Grecia e farsi imporre le riforme da altri".
Mezze verità. Ma qual è la realtà?
In Europa, l'età ufficiale che dà diritto alla pensione va in direzione dei 65 anni, è vero. Però bisogna mettere a confronto ... ciò che è possibile mettere a confronto. I francesi vanno in pensione molto prima rispetto ai loro vicini? Non è così certo.
Manovra politica diversiva o semplice cecità, la focalizzazione della discussione sull’età legale ha evitato l’altro parametro, fondamentale tanto quanto il periodo contributivo. Le riforme precedenti francesi (1993 e 2003) hanno giocato su questa leva.
Al punto che la Francia conduce la classifica: 41 anni ora, domani forse un po'di più, contro i 40 della Svezia, ma solo 35 in Spagna, Italia e Germania e addirittura 30 nel Regno Unito.
Di conseguenza: nella stragrande maggioranza dei paesi dell'UE, molti dipendenti abbandonano il mercato del lavoro prima dell'età pensionabile, perché hanno versato sufficienti contributi (Gran Bretagna) e/o perché beneficiano di alcune deroghe (Germania, Spagna, Paesi Bassi, Danimarca).
In definitiva, le differenze dell’età pensionabile sono più forti delle differenze dell’età effettiva di uscita dal mercato del lavoro: 59,3 anni in Francia, contro i 61,2 nell'Unione europea. Ma se si considera l’età media con cui si può percepire finalmente la pensione, i francesi prendono i soldi leggermente più tardi rispetto alla media UE (61,5 anni contro 61,4).
Prest in pensione a 70 anni. "Ma ho il Parkinson". "Potete sempre fare i cocktail"

Francia: l'età pensionabile non è sufficiente
Andare in pensione a 60 anni non dà automaticamente il diritto a percepire la pensione: ci vogliono 65 anni per poterne aver diritto se non si sono versati i contributi necessari: almeno 162 trimestri, ossia attualmente 40,5 anni, e 164 trimestri nel 2012. Una penalizzazione, che potrà essere del 1,25% per ogni trimestre mancante nel 2015, verrà applicata alle pensioni dei lavoratori che non  raggiungono questa quota. Al contrario, un premio del 1,25% per trimestre lavorato oltre a quelli dovuti è stato istituito per incoraggiare i futuri pensionati a ritardare l'età di abbandono del lavoro. L'opportunità di dimettersi per andare in pensione per i dipendenti pubblici con almeno 3 figli, con 15 anni di servizio, dovrebbe sparire il 1 ° gennaio 2012.
Germania: penalizzate le carriere lavorative troppo corte
La riforma del 2007 ha innalzato l'età pensionabile da 65 anni e un mese nel 2012 a 67 nel 2031. Un cambiamento dell’età pensionabile, che recentemente è entrato in vigore il 1° gennaio 2012. I dipendenti che hanno iniziato a lavorare precocemente potranno ancora andare in pensione a 65 anni, a condizione di aver versato 45 anni di contributi (esclusi i periodi di disoccupazione). L'età minima di partenza, resta fissata a 63 anni – a patto di avere 35 anni di contributi. Ma forti penalizzazioni sono previste per i lavoratori che sperano di ottenere la pensione a questa età.

Regno Unito: 30 anni di contributi
Dal 2007, bastano solo trenta anni di contributi per avere diritto alla pensione minima (116 euro a settimana). Ma con la riforma avviata, vale a dire pensionamento a 68 anni entro il 2046, una pensione intera richiederà, di fatto, quarantaquattro anni di contributi per gli uomini e trentanove per le donne.
Attualmente, il prepensionamento è ordinaria amministrazione: dal 2006, un dipendente può ottenere la pensione complementare (fondi pensione privati) a partire dai 50 anni, cioè prima dell’età prevista per la pensione minima.
Nel maggio del 2012, diversi sindacati del settore pubblico hanno portato quasi 400.000 dipendenti (200.000 secondo le autorità) in piazza per protestare contro le riforme di austerità, che colpisce in particolare le pensioni di anzianità. I sindacati puntato il dito contro un aumento del 50% dei contributi annui.

Spagna: numerose le esenzioni
Il periodo di contribuzione necessario per una pensione intera è di 35 anni nella maggior parte dei casi. Nonostante le riforme (2006-2007) destinate a promuovere il prolungamento dell’attività lavorativa, ci sono ancora molte opportunità di pensionamento anticipato. Le professioni cosiddette "a grande rischio", come i minatori, i lavoratori ferroviari o i marinai possono andare in pensione all'età di 60 anni.
La Spagna offre anche la possibilità di andare in pensione a partire dai 61 anni ai dipendenti invalidi, i cassaintegrati e i disoccupati di lunga durata, che dimostrino di aver versato almeno 30 anni di contributi. Questo spiegherebbe perché un quarto dei nuovi pensionati spagnoli sono in pensione prima dei 60 anni.
Nel luglio 2011, il Parlamento spagnolo ha approvato una legge che stabilisce l'età pensionabile a 65 anni. Se il lavoratore ha versato 35 anni di contributi, potrà riscuotere  la sua pensione al 100%. Ma se ha solo 15 anni di contributi, riceverà solo il 50 % della pensione.
A partire dal 2013, l'età pensionabile verrà gradualmente portata a 67 anni e sarà necessario versare 37 anni di contributi. Inoltre, è ancora possibile per le donne spagnole andare in pensione a 65 anni, ma saranno necessari 38,5 anni di contributi versati.
Paesi Bassi: 50 anni di … residenza
Ogni residente nei Paesi Bassi ha diritto agli assegni pensionistici purché dimostri ... 50 anni di residenza nel paese. Anche se l'età legale è 65 anni, le persone che hanno lavorato e versato contribuiti a un fondo pensione per 40 anni, potrebbero andare in pensione all'età di 63 anni con una pensione complessiva pari al 70% dell'ultima retribuzione .
Nonostante i dispositivi destinati a scoraggiare fiscalmente la risoluzione anticipata del contratto di lavoro, esistono ancora molti programmi di prepensionamento – che hanno coperto l'83% dei dipendenti nel 2001.

L'Italia. Un sistema a punti
Il sistema combinava due diversi tipi di pensioni diverse. La pensione di "vecchia" in primo luogo, che prevede almeno 20 anni di contributi. La pensione di "anzianità" calcolata come segue: si aggiunge all'età di pensionamento del dipendente e il numero di anni di contribuzione. Nel 2010, si dovevano raggiungere 95 punti, con un età minima di 59 anni - un minimo di 36 anni di contributi (95-59 = 36). Ma ce ne vorranno 96 nel 2011 e 97 nel 2013.
Ma nel dicembre del 2011 a causa della crisi, Mario Monti ha presentato il suo piano di austerità. Gli italiani dovranno versare tra i 40 e 42 anni di contributi per gli uomini e 41 le donne, prima di andare in pensione. Dal 2018, uomini e donne andranno in pensione a 65 anni.
Polonia. Timore per la mancanza di manodopera
Il governo di Donald Tusk ha recentemente deciso di prolungare l'età pensionabile dei polacchi, una risposta all'invecchiamento della popolazione e a una "grave carenza di manodopera in Polonia prevista per il 2040".
Fissata a 60 anni per le donne e 65 per gli uomini, l'età pensionabile sarà progressivamente innalzata a partire dal 2013 fino ad arrivare  a 67 anni nel 2020 per gli uomini e per le donne nel 2040. Altri benefici per le donne, dovranno versare solo 35 anni di contributi, mentre gli uomini dovranno versarne 40.
I militari di carriera e la polizia non scappano dalla nuova riforma. Essi dovranno lavorare 25 anni per diritto alla pensione intera, contro 15 anni fino a poco tempo.

domenica 27 maggio 2012

Stipendi e ministri in Europa


Salaires des ministres: la France emboite le pas de ses partenaires
Gli stipendi dei Ministri: la Francia ha seguito le orme dei suoi partner dell'UE



di   Renaud de Chazournes
Pubblicato in Francia il 18 maggio 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli



L'articolo può essere ascoltato in lingua originale su RFI

 

E 'tempo di austerità negli stipendi dei politici in Europa, con particolare eccezione della Germania. Misura simbolica, naturalmente, per gli stati superindebitati, ma serve da esempio. Nella sua campagna elettorale Francois Hollande si era impegnato a ridurre il 30% del suo stipendio e quelli dei suoi ministri, la sua proposta è stata in effetti approvata e adottata già nella prima seduta del Consiglio dei ministri.
Gli emolumenti del presidente della Repubblica francese e del capo del governo Jean-Marc Ayrault, passano così da 19,331 a 14.850 € al mese. Per quanto riguarda i ministri, la loro retribuzione e le altre indennità, passeranno da 14.200 a 9.850 euro al mese. Attualmente i loro stipendi ammontano a 7.720 euro mensili, con una indennità di trasferta di 230 euro e un’indennità di "funzione" di 1.900 euro.
In questi tempi di rigore finanziario, la maggior parte dei governi europei si era già messa all’opera riducendo gli stipendi dei propri ministri e in alcuni casi anche quelli dei capi di stato.
Nicolas Sarkozy, ovviamente, aveva promesso una riduzione del "tenore di vita" dello Stato, ma non era stata applicata al suo stipendio e a quello dei suoi ministri. Pochi mesi fa, aveva semplicemente chiesto ai ministri di pagare le spese personali "di tasca propria", affermando che in caso di abuso sarebbero state applicate "sanzioni". Inoltre, dovevano essere tagliati 10.000 veicoli e 7.000 alloggi per il personale.
Nel 2010, quando teneva ancora i cordoni della borsa dello Stato, come ministro del bilancio, François Baroin considerava "demagogica" una riduzione dei salari dei ministri e "che non portava a grosse soluzioni." Lo stesso anno, il portavoce del governo, Luc Chatel, respinse a sua volta la riduzione delle retribuzioni governamentali, in nome dell' eguaglianza (!): il taglio dovrebbe riguardare "la riduzione dello stipendio degli alti dirigenti governativi e quindi di tutti i dirigenti!"
Eppure nel resto dell’Europa, è in nome di questo stesso principio di uguaglianza che i ministri e funzionari hanno ridotto i propri stipendi …




In Inghilterra, per Cameron 1000 euro meno di Hollande
Nel Regno Unito, David Cameron e i suoi ministri hanno ridotto i propri stipendi del 5%. Come in Francia, questa auto riduzione stipendiale è stata adottata due anni fa il 13 maggio 2010, in occasione della prima riunione del governo di coalizione liberal-conservatrice, quasi da un giorno all’altro. Il primo ministro percepisce da allora, 13.900 euro, ossia 1000 euro meno di Francois Hollande e Jean-Marc Ayrault. Per quanto riguarda i ministri, non possono più usare auto di servizio esclusive: devono utilizzare le auto assegnate al proprio ministero. Queste misure hanno permesso un risparmio di quasi 4 milioni di euro all'anno. Le bottiglie più costose della enoteca riservata ai ministri, sono state messe all'asta.

In Italia, Monti ha stipendio
In Italia, l'austero Mario Monti, ha rinunciato al suo stipendio di presidente del Consiglio e ministro dell'Economia. Il suo predecessore, Silvio Berlusconi incassava 24.000 euro al mese. Mario Monti, però non è senza stipendio: gli resta quello di senatore a vita, ossia circa 17.500 euro lordi. Per quanto riguarda i ministri, la loro retribuzione è stata ridotta del 10%.
Inoltre, lo stile di vita dello Stato è stato ridimensionato. Mario Monti ora viaggia in treno, mentre Berlusconi viaggiava sempre in aereo. I ministri hanno, da parte loro sostituito le lussuose fiammanti berline tedesche con delle più modeste ed economiche Lancia.
Nel frattempo, gli stipendi degli alti funzionari e dei dirigenti di imprese statali sono stati ridotti dal 10 al 15%, comprese le indennità. Per l'intera pubblica amministrazione, le retribuzioni sono state congelate per tre anni.

In Spagna, meno di 6000 euro per un ministro
In Spagna, le retribuzioni dei membri del governo socialista di José Luis Zapatero sono stati ridotti del 15% nel giugno 2010, come quelli di tutto il personale amministrativo, di cui da allora sono stati congelate le retribuzioni. L'attuale capo del governo, il conservatore Mariano Rajoy, percepisce uno stipendio di soli 6.500 euro, mentre quello di un ministro è di 5750 euro. Per quanto riguarda i deputati e i senatori, hanno deciso autonomamente di diminuire il loro trattamento economico dal 12 al 15%, come i sindaci delle grandi città.


Stpendi degli uomini di governo in Europa


In Portogallo si viaggia in classe economica
In Portogallo, è l'intera classe politica che vede i propri stipendi ridotti del 5%: i membri del governo nazionali e delle amministrazioni regionali, parlamentari, consiglieri locali (senza contare i 600 dirigenti di imprese statali o parastatali). Il parlamento ha deciso di andare ancora oltre: i deputati ora viaggiano in aereo  in classe economica. Sei milioni di euro risparmiati nell’ultimo anno.
 
L'Irlanda ha diminuito del 15% gli stipendi dei membri del governo. In Grecia, il Primo Ministro e Presidente della Repubblica hanno messo una croce sui loro stipendi ...
Ma l’ austerità salariale dei governi non è all'ordine del giorno ovunque. Per i paesi scandinavi, relativamente rimasti indenni dalla crisi, la questione di una riduzione dei salari dei governanti non si pone neppure. Gli stipendi dei politici a capo di questi paesi non fanno notizia e i governi restano modesti, senza grossi vantaggi particolari legati alle loro funzioni.

In Germania, aumento generale!
La Germania rimane l'eccezione. Angela Merkel e i suoi ministri si sono appena approvati un aumento salariale del 5,7%.
Lo stipendio mensile della Cancelliera è aumentato di 930 euro, raggiungendo i 18.000 euro lordi. Per i ministri, ci sono 750 euro al mese in più, ossia una retribuzione attuale di 14.000 euro. Abbastanza da far invidia.








lunedì 30 aprile 2012

La Chiesa non è un datore di lavoro molto "cristiano" per i suoi sacrestani

L'Eglise, un employeur pas très catholique pour ses sacristains

di Ariel Dumont
Pubblicato in Francia il 02/04/2012
Traduzione di Claudia Marruccelli

Il governo di Mario Monti e il Vaticano hanno un problema in comune: l'occupazione. Da un lato la Repubblica con il governo di tecnocrati che vuole convincere i tre sindacati (CGIL, CISL, UIL) ad accettare una profonda riforma  dell'articolo 18 del Codice del Lavoro, che regola i licenziamenti, per rilanciare la crescita e favorire le assunzioni. Dall’altro la Chiesa, con i sagrestani che reclamano aumento di stipendio e contratti regolari, dato che la maggior parte di essi vengono assunti in nero. E il dialogo risulta particolarmente complicato sia in Vaticano che a Palazzo Chigi.

 

I sacrestani si occupano delle pulizie
In occasione di un ritiro spirituale, i sacrestani hanno protestato con i propri rappresentanti "sindacali" per le modalità di assunzione che li riguardano.
“La nostra associazione, la Fiudacs, creata nel 1970, ha circa 850 membri. Il suo obiettivo è quello di tutelare le nostre condizioni di lavoro", ha spiegato il suo presidente Maurizio Bozzolan.
Dati alla mano, Il presidente della Fiudacs  ha esposto la situazione dei sacrestani. Il contratto di lavoro, rinnovato alla fine del 2011, prevede una retribuzione mensile di 1.260 euro per una settimana lavorativa di 40 ore, oltre alle ferie. E 'previsto dal contratto che il sagrestano debba, in particolare, "controllare e pulire la sagrestia."
“Con la crisi, riceviamo un sacco di curriculum vitae e richieste di assunzione. La settimana scorsa, per esempio, un camionista, che era stato appena licenziato, mi ha chiamato per chiedermi se c’era ancora un posto disponibile", dice Maurizio Bozzolan.
Egli spiega che questo lavoro non è facile. Occorre frequentare la chiesa regolarmente e ascoltare la messa ogni domenica - "Chi non frequenta la chiesa da anni non è adatto per questo lavoro", dice Maurizio Bozzolan -  inoltre deve anche dimostrare di essere "moralmente integerrimo".


Lavoro nero nei luoghi religiosi
Tuttavia, per motivi economici, il contratto di lavoro non viene applicato a tutti i lavoratori. Anche se fino ad oggi esente da imposte, ai sensi dei Patti  Lateranensi, (accordo firmato nel 1929 tra Benito Mussolini e il Vaticano) la Chiesa non ha soldi, dice, per pagare regolarmente i suoi dipendenti.
La Chiesa non può quindi creare nuovi posti di lavoro regolari e spesso devono assumere in nero ricorrendo anche ai volontari. In cambio di una busta contenente qualche centinaio di euro per Natale e qualche mancia per permettersi una pizza di tanto in tanto, svolgono per carità cristiana il lavoro dei sacrestani.
Dovremmo utilizzare alcune delle risorse offerte dal contribuente alla Chiesa, accettando una riduzione delle imposte per organizzare dei corsi di formazione, aumentare gli stipendi e pagare i contributi di tutti i sacrestani. Ciò consentirebbe anche di creare velocemente tra 5.000 e 10.000 posti di lavoro. Sarebbe un modo per partecipare al rilancio del motore dell'economia italiana ", ha detto Maurizio Bozzolan.
Per delineare un quadro reale della situazione delle parrocchie, la Fiudacs si è rivolta alla Faci, la confederazione delle associazioni del clero italiano, una specie di Confindustria per il clero. Ma la maggior parte delle parrocchie interpellate non ha risposto. La Fiudacs non può improvvisamente rivoltarsi contro le parrocchie che rifiutano di pagare i contribuiti ai sacrestani.
La vera carità non sempre  inizia a casa propria.

domenica 15 aprile 2012

La carta di identità elettronica

Les succès et les échecs de la carte d’identité électronique

I successi e i fallimenti della carta di identità elettronica

di Fabien Jannic
Pubblicato in Francia il 04/04/2012
Traduzione di Claudia Marruccelli 


La carta di identità elettronica (eID) non esiste ancora in Francia ma suscita già polemiche. I deputati hanno dato il loro via libera a questo nuovo documento di identità dotato di chip elettronico all’inizio del mese di marzo. La nuova carta, che dovrebbe entrare in circolazione fra due anni, conterrà, oltre ai tradizionali dati anagrafici (indirizzo, altezza, luogo di nascita …) anche i dati biometrici, e se occorre le impronte digitali.
In molti, tra cuii la Lega per i Diritto dell’Uomo, si sono dichiarati contrari, protestando contro ciò che alcuni giudicano una “violazione della libertà personale”.
Sul quotidiano francese L’Express, Jean-Claude Vitran, addetto alle relazioni esterne della Lega, spiega inoltre, che “le carte non sono affatto sicure. Possono essere lette a distanza tramite apparecchi magnetici o mediante raggi infrarossi”.
Mentre il governo dichiara che la nuova carta permetterà la lotta contro l’appropriazione illegale di identità (in Francia sono stati contati ogni anno 200.000 casi), le associazioni sono preoccupate per la possibilità di traffico illegale di informazioni, che potrebbe dare luogo alla creazione di una banca dati che riunisce tutte le informazioni integrate sul microchip della carta.
Altri paesi europei hanno già adottato una carta di identità che funziona in maniera simile. Anche se una direttiva europea del 1999 prevede il principio di firma elettronica, ciò nonostante Bruxelles non ha fatto alcuna pressione affinchè vengano adottate queste carte di identità nei paesi membri.
Ogni paese sta procendendo con i propri tempi e secondo le proprie modalità, quindi la eID contiene i dati biometrici solo in Italia, Germania, Portogallo e Spagna.


Belgio paese pioniere
Il Belgio è il primo paese europeo ad aver adotatto la carta di identità elettronica. Dopo un periodo di prova nel 2001, il regno belga ha reso ufficiale l’uso della carta a partire dal 2004, rendendola obbligatoria per tutti i cittadini belgi dal 2009.
In Belgio esisteva già una banca dati che riguardava la popolazione prima dell’adozione della eID. Questa vicenda ha sollevato meno discussioni che in Francia, anche se la Lega dei Diritti dell’Uomo belga ha comunque sottolineato la scarsa sicurezza che circonda l’eID. Ogni cittadino può, del resto, accedere online ai propri dati in possesso del governo. L’eID belga consente numerose applicazioni e può essere utilizzata in tutti gli uffici amministrativi del paese, in particolare per pagare le tasse online e presto consentirà anche di votare via Internet. I belgi hanno anche superato la questione del traffico illegale di dati, dato che la carta potrà essere utilizzata anche come mezzo di pagamento.


Estonia: l’integrazione più avanzata
Conosciuta per il suo alto uso di nuove tecnologie, l'Estonia  utilizza la eID dal 2002. Tutti i cittadini del paese sono tenuti ad avere questa carta che è attualmente in possesso di quasi un milione di persone (il 90% della popolazione). Il paese è quello che sfrutta maggiormente  le possibilità della carta d'identità elettronica.
A Tallinn, per esempio, è possibile, utilizzare la carta come biglietto sui mezzi di trasporto. L’eID estone può anche essere usata come identificativo nei commenti su alcuni siti di giornali, cosa che allora non mancò di creare polemiche. E 'anche possibile votare per le elezioni on-line attraverso la carta e i suoi dati. Nelle ultime elezioni, hanno utilizzato questa possibilità quasi 80.000 persone.
Un successo che il Ministro estone dell'Economia vorrebbe vedere in tutta l'Unione europea.
L'eID dovrebbe essere la stessa in tutti i paesi dell'UE “siamo solo all'inizio dell'era digitale ", ha detto.

L'ex ministro Brunetta e il voto elettronico
 Italia: limitata a pochi comuni
Anche in Italia le prime eID sono comparse a partire dal 2001. Se l'obiettivo finale è quello di sostituire con questa carta i 40 milioni di documenti cartacei esistenti, solo 83 Comuni sono attualmente abilitati al rilascio. Il possesso della carta d'identità elettronica non è obbligatorio per gli abitanti delle città in cui sono in circolazione.
A quasi 11 anni dal suo lancio, la eID italiana non è stata molto pubblicizzata e resta prerogativa dei comuni che l’hanno adottata per primi. Mentre una serie di servizi online dovrebbe servirsi di essa, nessuno questi è stato ancora attivato. Il futuro della carta è per il momento sospeso.
La carta italiana contiene anche le impronte digitali del titolare, che sono direttamente memorizzati nel chip.
 

Finlandia e Svezia: fallimento di una carta non obbligatoria
La Finlandia è uno dei pionieri europei nel campo della eID. Lanciata nel 1999, la carta contiene  come negli altri paesi, alcune informazioni del suo titolare.
La carta d'identità finlandese è però ancora considerata dal governo come un fallimento. Nel 2009 una commissione apposita ha richiesto il suo ritiro. Va detto che la scheda è stata adottata solo da 300 000 persone, mentre il paese conta 5 milioni di abitanti.
In Svezia, la situazione è simile. Con un costo di 400 SEK (42 euro), la carta è stata adottata dal solo l'1% (100 000) della popolazione.
La causa principale del fallimento della eID è il carattere non obbligatorio della carta d'identità in entrambi i paesi. I cittadini molto spesso scelgono di utilizzare la loro patente, sufficiente nella vita di ogni giorno, e se devono viaggiare, usano il passaporto biometrico, che costa solo 2 euro in più rispetto alla eID.
In entrambi i paesi, l'eID non contiene dati biometrici.


Portogallo: la scelta della semplificazione
In Portogallo, la carta d'identità elettronica sostituisce cinque diversi documenti: carta d'identità, lil codice fiscale, tessera di previdenza sociale, la carta dei servizi sanitari e la tessera elettorale. Come in Italia, l'eID contiene le impronte digitali del titolare. Il paese ha anche una banca dati che raccoglie tutte le informazioni biometriche della sua popolazione.
Lanciata nel 2007, nel paese sono in circolazione 2,5 milioni di carte, ossia un quarto della popolazione. Il Portogallo ha cercato di semplificare quanto più possibile i rapporti tra l'amministrazione e i cittadini. I portoghesi possono così effettuare molte transazioni online.


Germania e Lettonia: un lancio recente
In entrambi i paesi, l’uso dell’eID è ancora in fase iniziale.
In Germania, dopo un decennio di esitazioni, la prima carta d'identità elettronica è stata rilasciata nel 2010. Il governo spera in 10 anni di sostituire tutte le vecchie carte. Oltre ai dati convenzionali, questa contiene i dati biometrici.
La Lettonia è l'ultimo paese europeo ad aver lanciato la sua eID. Da lunedì scorso, i lettoni possono sostiture la loro vecchia carta d'identità con la nuova per soli 10 euro. Il governo prevede l’utilizzo di molti utilizzi possibili per la scheda elettronica.
Anche l’Austria e la Spagna hanno la carta d'identità elettronica, mentre la sua adozione è ancora in discussione nel Regno Unito.
Forse il progetto europeo Stork, avviato nel 2009, cambierà tutto. Esso mira ad unificare le diverse eID nei paesi membri, al fine di facilitare le procedure amministrative per i cittadini europei.