martedì 8 maggio 2012

Il portavoce degli indignati: Beppe Grillo


Il Movimento 5 stelle del cabarettista Beppe Grillo si fa avanti nella politica italiana

di Philippe Ridet
Pubblicato in Francia il 04.05.2012
Traduzione di Claudia Marruccelli

 
Età media? 30 anni. La loro modalità di comunicazione? Internet. I loro slogan? "Trasparenza" e "onestà". Il costo della campagna elettorale? 1200 euro. A Frosinone, una città di 45.000 abitanti, 80 chilometri a sud di Roma, sono circa 20 i giovani a entrare per la prima volta in campo nella politica, sotto i colori del Movimento 5 stelle, fondato nell'ottobre del 2009 dal comico e blogger più famoso d’Italia, Beppe Grillo. L'ultimo dei tanti partiti politici italiani presenterà alcune liste in 100 altre città in occasione delle elezioni comunali parziali che si svolgono il 6 e 7 maggio (secondo turno due settimane più tardi) in circa 1000 comuni, in cui quasi 10 milioni di italiani sono chiamati voto.

Enrica Segneri, 30 anni, è a capolista a Frosinone. La sua carriera è tipica in un paese dove la disoccupazione è in continuo aumento. Studi universitari con specializzazione, lavoretti, un'esperienza sfortunata di lavoro all’estero a Dublino dove la crisi la raggiunge, rientro a  Frosinone, di nuovi posti di lavoro temporanei e poi la disoccupazione. "Non ho mai fatto parte prima di una fazione politica, dice. Berlusconi mi ha fatto venire  per sempre il disgusto per la destra. La sinistra è morta e la corruzione regna ovunque. Beppe Grillo è la rottura assoluta."


Invettive e errori

Nell’Italia postberlusconiana, dove i confini tra i tre principali partiti di destra, sinistra e centro sono scomparsi grazie al sostegno che danno alla misure di austerità del governo guidato da Mario Monti, Beppe Grillo e le sue liste "anti-politica" possono generare un risultato a sorpresa. L'ondata di corruzione che sommerge l'intera classe politica porta acqua al mulino di questo provocatore, che attraversa l’Italia viaggiando in camper, ripetendo le sue invettive contro i corrotti e il rigore. Rischiando qualche scivolata di cattivo gusto a Palermo quando afferma che "la mafia, lei non strangola le sue vittime come fa il governo".


Ma il successo è alle porte,  al punto che i sondaggisti prevedono circa l'8% dei voti. Beppe Grillo, che non accetta alcun dibattito aperto in televisione, ha saputo recuperare i delusi in ogni campo, i disgustati dal sistema, le vittime della crisi, in poche parole “gli indignati ”made in Italy. La modalità di adesione facilita le iscrizioni al movimento, che non ha né sedi né  strutture fisse, si accontenta di “etichettare” le liste i cui membri si impegnano a rispettare una serie di regole e condizioni tra cui quella che nessun candidato potrà ricoprire più di due mandati in tutta la sua vita, e che tutti devono avere la fedina penale pulita. Dopo di che, ciascuno è organizzato come meglio crede nel suo territorio: "Beppe Grillo è il nostro porta voce, assicura Enrica Segneri Ma noi ci facciamo il nostro programma come vogliamo.». "In un primo momento, gli altri politici locali ci guardavano come degli alieni", ha detto Luca Frusone. "Nelle discussioni nelle TV locali, gli altri candidati facevano finta di non sapere il mio nome", ribatte divertita Enrica Segneri. Il loro obiettivo: superare il 4% dei voti per eleggere almeno un consigliere. "Sarà il nostro cavallo di Troia per ottenere un sindaco", ci credono, convinti di aver già cambiato il modo di fare politica. La loro campagna doveva concludersi  venerdì 4 maggio con un concerto: "Ma soprattutto, senza nessun discorso, i comizi politici sono roba vecchia.».

lunedì 7 maggio 2012

L’estrema destra è un veleno che si sta diffondendo in quasi tutta l’Europa



FN, Jobbik, PVV... L'extrême droite gangrène presque toute l'Europe

di Maxence Peniguet
Pubblicato in Francia il 25.04.2012
Traduzione di Claudia Marruccelli


Il risultato di Marine Le Pen al primo turno delle presidenziali francesi nasconde una realtà molto diffusa in tutta Europa.
Ecco un breve excursus della situazione della estrema destra in Europa.

Gert Wilder

Gert Wilder ossia le relazioni pericolose
Casualmente, questo record è stato raggiunto pochi giorni prima della caduta del governo olandese. Geert Wilders, leader del Vryheid Partij voor (Partito per la libertà, Pvv), l'estrema destra olandese, ha posto fine  alla coalizione tra i Liberali (Vryheid voor Volkspartij democratici, VVD) e i Cristiani Democratici (Christen Democratisch Appèl, CDA) ritirando il suo appoggio alla Camera Bassa. Questione di fondo: l'Europa.
Costretto dall’Unione Europea a ridurre il deficit pubblico del paese, il primo ministro Mark Rutte non è riuscito a convincere i suoi alleati di estrema destra. Questi ultimi, considerando che i 16 miliardi di risparmi richiesti non sarebbero dovuti pesare sulle spalle dei cittadini, hanno deciso di abbandonare il tavolo delle trattative.
Questo governo è nato il giorno seguente le elezioni legislative del giugno 2010: il PVV aveva ottenuto a sorpresa allora il 15,5% delle preferenze. Anche se questo non è il risultato ottenuto da Marine Le Pen, il PVV si trova immediatamente dietro i liberali e i laburisti, e davanti al CDA dell'ex primo ministro, Jan Peter Balkenende.
Ne verrà fuori un governo di destra VVD-CDA senza la presenza degli estremisti del PVV, ma con  un appoggio alla camera che ha permesso di ottenere le maggioranze necessarie al governo..
Wilders recentemente è salito alla ribalta per aver lanciato su Internet un appello ai cittadini olandesi a presentare le proprie critiche nei confronti degli europei dell’est.

Timo Soini


I veri finlandesi: una comparsata e poi via?
Con il 19% (solo il 4% nel 2007) alle elezioni politiche di aprile 2011, il partito dei Veri Finlandesi (Perussuomalaiset in finlandese) è stato la "rivelazione" politica  dell’ estrema destra in Europa lo scorso anno. Questo risultato a sorpresa ha  permesso loro di essere il terzo partito nel paese in termini di consensi elettorali. A differenza del PVV nei Paesi Bassi, il partito guidato da Timo Soini ha deciso di non appoggiare alcun governo.
Una decisione ideologica: I Veri Finlandesi sono intimamente populisti nella loro denuncia delle caste privilegiate, e anti-europei – quindi nazionalisti - mentre i successivi governi del Paese scandinavo hanno la reputazione di essere assolutamente europeisti.
I Veri Finlandesi fanno parte quindi dell'opposizione, non esitando a rifiutare gli aiuti alla Grecia. Anch'essi hanno un programma discriminatorio: secondo Timo Soini, uno straniero con permesso di soggiorno non sarebbe paragonabile a un finlandese.
Si noti che se hanno avuto successo in occasione delle elezioni del 2011, tutt’altra cosa è avvenuta nel 2012  in occasione delle presidenziali di gennaio. Timo Soini è uscito dal governo con il 3,43% dei voti.

Presentazione del nuovo governo danese


La Danimarca: apertura/chiusura delle frontiere
Con un governo socialdemocratico, in carica dal settembre scorso, il Partito Popolare Danese (Dansk Folkeparti, DF) non ha più alcuna influenza diretta sulla politica danese del Primo Ministro Helle Thorning-Schmidt, anche se rimane la terza forza politica interna con il 12,3% dei voti.
E’ la stessa posizione ottenuta nelle elezioni legislative del 2007, anche se cinque anni fa, la DF ha ottenuto un punteggio del 13,9%, e ha dato il suo pieno sostegno ai governi di Anders Fogh Rasmussen e Lars Løkke Rasmussen (senza però mai ma parteciparvi).
Una delle azioni principali di cui il Partito Popolare Danese è stato tra l'altro all’origine, è il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere in Danimarca nel mese di luglio 2011. Helle Thorning-Schmidt, tuttavia, ha posto termine a questi controlli da quando è al governo ossia dallo scorso settembre.

Manifesti di propaganda contro la costruzione dei minareti in Svizzera
 

Divieto ai minareti ovvero il populismo svizzero
In Svizzera non si parla di partito di estrema destra, ma semplicemente di partito populista per quanto riguarda l'Unione Democratica di Centro. Già prima forza politica del paese prima delle elezioni federali del 2011, l'UDC aveva promesso di conquistare un terzo dei voti. Infatti, il programma era chiaro:
"Convinti di non rafforzare i deboli, di non indebolire i forti, noi ci impegnamo a sostenere i seguenti principi: nessuna adesione all'Unione europea, blocco dell'immigrazione di massa, espulsione degli stranieri criminali ".
Quest'ultima misura è stata tra l’altro approvata da un referendum nel novembre 2010 e viene tutt’ora applicata per determinati reati. Un altro caso ben noto di iniziativa popolare dell’ UDC consiste nel divieto di costruzione di minareti deciso il 29 novembre 2009. Questo programma e queste azioni non hanno ancora soddisfatto le aspettative degli svizzeri, che in occasione delle elezioni federali del novembre 2011, hanno concesso all'UDC un  risultato del 25,9%, in calo di due punti rispetto al 2007.

Manifestazione di sostenitori del partito Jobbik in Ungheria, di spalle alcuni "tesserati"

Viktator, il FIDESZ e il Jobbik
In occasione delle elezioni europee del giugno 2009, il Movimento per una Ungheria migliore (Jobbik) supera il limite del 10% ottenendo il 14,77% delle preferenze. Una vittoria per il giovane partito di estrema destra fondato nel 2003.
Prima delle elezioni politiche dell’ aprile 2010, Viktor Orban, attuale primo ministro ungherese e presidente del Fidesz (destra), escludeva qualsiasi coalizione con Jobbik e aveva provato, come l'UMP con il FN, a invadere il suo campo.
Al primo turno delle elezioni parlamentari in Ungheria, l’11 aprile 2010, Jobbik, guidato da Gabor Vona, ha ottenuto il terzo posto con il 16,67% dei voti. Nel secondo turno, ha ottenuto 47 seggi in Parlamento. Il Fidesz ha ottenuto la maggioranza dei due terzi (263 seggi) e il MSZP l’opposizione socialista ha vinto 59 seggi.
Jobbik può essere considerato come un rivale del Fidesz. Questo è uno dei partiti di estrema destra più attivi in Europa, all’ origine in particolare nel 2009, dell'Alleanza europea dei movimenti nazionali (AEMN, ufficialmente riconosciuta come un partito politico europeo dal Parlamento europeo nel marzo scorso) presieduta da Bruno Gollnisch.
Il suo nazionalismo si evidenzia in particolare con una delle sue attività apprezzate da tutti gli estremisti di destra: bruciare le bandiere europee.

Barbara Rosenkranz
 Barbara non si scompone
Non lontano dall’ Ungheria, c’è l’Austria. Il Partito della Libertà austriaco (Freiheitliche Partei Österreichs, FPÖ) ha candidato Barbara Rosenkranz alle elezioni presidenziali del 25 aprile 2010. Con 452.615 voti ottenuti (15,62%), si colloca al secondo posto nello scrutinio.
Un'elezione però tutta relativa. In effetti ci sono solo tre candidati in competizione, e Heinz Fischer è tornato ad occupare con facilità il suo posto – onorario - di presidente della Repubblica con un punteggio di 78,94%.
Non ci sono stati ostacoli, candidare Barbara Rosenkranz è stata una bazzecola per la FPÖ. Colei che viene definita la "madre del Reich" in Austria, chiede un ammorbidimento della Verbotsgesetz [la legge di proibizione, legge costituzionale austriaca con cui si attuò la denazificazione del paese nel 1947 attualmente ancora in vigore ndt] - che vieta l'esistenza di qualsiasi partito nazista e la diffusione di questa ideologia, e che punisce la negazione dei crimini nazisti.
Va detto che il marito, Horst Jakob, direttore della rivista negazionista  Fakten - è anche uno dei fondatori del partito nazionalsocialista austriaco, il NDP, oggi vietato ...
Un simbolo, quindi, per il Partito della Libertà, che ha ottenuto alle elezioni parlamentari del 2008 il 18,01% dei voti, a cui va aggiunto il 10,98% di un nuovo partito di estrema destra, l'Alleanza per il Futuro dell'Austria (BZÖ) nato da una scissione del FPÖ.
Quest'ultima, da sola, è la terza forza politica del paese. Assieme al  BZÖ, l’estrema destra  austriaca segue immediatamente il partito socialdemocratico che riporta il  29,71% dei voti nel 2008. Da ricordare inoltre la polemica scatenata da Marine Le Pen in occasione della sua annunciata presenza ad una festa danzante viennese  [in cui partecipano ogni anno le principali associazioni negazioniste della politica nazista ndt].

Manifesto propagandisti dei secessionisti fiamminghi: "Questo è il nostro paese"

Norvegia e Belgio: isolato l’estremismo potente
14 novembre 2009, il Partito del Progresso (Fremskrittspartiet, FRP) norvegese arriva secondo alle  elezioni parlamentari con il 22,9% dei voti. Ma i vari partiti di sinistra si uniscono per formare una maggioranza in Parlamento, lo Storting. Il partito del progresso rappresenta quindi la prima forza di opposizione nel paese scandinavo nelle mani di  mani di una potente coalizione di sinistra.
La sua posizione all'estrema destra nello scacchiere politico è caratterizzata da un atteggiamento nazionalista contro l'Islam, evidente in una economia di stampo  liberale. Troviamo questa linea di pensiero all’interno della Nuova Alleanza Fiamminga (Nieuw-Vlaams Alliantie, N-VA), in Belgio. Questo partito nazionalista è a favore dell'indipendenza delle Fiandre dal Belgio.
Anche se è guidato da Bart De Wever piuttosto moderato, molti pensano che sia solo una facciata. A riprova, in vista delle elezioni comunali di ottobre, le N-VA recluta all'interno del Vlaams Belang (Intérêt flamand VB), il vero partito estremista belga filolandese..
Se l'N-VA  è la prima forza politica in Belgio dal 2010, essa non governa a livello federale: dopo oltre 500 giorni senza governo, una  coalizione “variopinta” formata da sei partiti aveva infatti messo da parte gli indipendentisti fiamminghi.

Benito Mussolini e la nipote Alessandra, parlamentare di estrema destra
Piccoli risultati, tre ministeri e uno scandalo finanziario nella Lega Nord
Un altro partito indipendentista ha fatto parlare di sé nel suo paese: la Lega Nord. Le ultime elezioni parlamentari si sono svolte in Italia nel 2008 che avevano rinnovato il mandato di Berlusconi come primo ministro - sostituito nel novembre 2011 da Mario Monti. La Lega a quel tempo aveva raccolto solo un risultato scarno ottenendo l’ 8,3% dei voti. Un risultato modesto ma che rappresenta il doppio di quello che aveva ottenuto nel  2006 ma del resto sufficiente per farlo diventare la terza forza nel paese ... e peri garantirgli così incarichi di governo in cambio dell’appoggio all’altro partito di estrema destra, l'Alternativa Sociale di Alessandra Mussolini, nipote dell’omonimo Benito. Come fedele alleato di Berlusconi, la Lega Nord nel 2008, ottiene tre ministeri al governo. Il partito e il suo presidente, Umberto Bossi, attualmente sono al centro di uno scandalo in Italia per fondi neri.

Manifestazione in Grecia di "Alba Dorata", partito greco di estrema destra il cui simbolo richiama alla memoria la svastica nazista


Una via d’uscita in Grecia?
Le elezioni legislative del 6 maggio saranno l'occasione per il Partito Popolare Ortodosso (Laikos orthodoxos Synagermos, LAOS) e Alba Dorata (Chryssi Avyi), i due partiti di estrema destra, per mettersi in evidenza e forse anche entrare in Parlamento, tanto più che l'attuale governo di unità nazionale ha per ministro dei Trasporti Voridis Makis, membro del Laos. Una prima prima volta dal 1974 e dalla fine della dittatura dei Colonnelli. Nelle ultime elezioni legislative, nel 2009, questo partito aveva ottenuto il 5,62% dei voti.

Manifesto xenofobo dell'NPD: Buon rientro in patria ora.
Lavoro, famiglia, patria: ma non per loro
Alcuni paesi europei sono di per sé impermeabili all'estrema destra. La Spagna, che è appena passata a destra e funge da "nuova Grecia" in termini di crisi europea, vede il Movimento Repubblicano sociale (Movimiento Social Republicano, MSR) in combutta con l'Alleanza Europea dei Movimenti Nazionali. Ma alle elezioni europee del 2009, il MSR non ha superato lo 0,1%. Vicino della Spagna, il Portogallo ha la stessa impermeabilità.
Nei paesi che resistono all'estrema destra, non dimentichiamo la Germania. I risultati del Partito Nazional Democratico  (Nationaldemokratische Partei Deutschlands, NPD), spesso descritto come neo-nazista, non fanno troppo preoccupare: solo l’1,5% alle elezioni federali del 2009.
Tuttavia, il NDP rimane attivo a livello regionale in Germania ed è anche rappresentato nei vari parlamenti regionali. L'anno scorso, dopo la scoperta di un’ondata di omicidi razzisti legati al NPD, il governo tedesco aveva cercato di abolire il partito. Un procedimento legislativo in questo senso è tutt’ora in corso.
Dimenticare il Regno Unito di questo excursus europeo farebbe troppo onore al British National Party (BNP), euroscettico e xenofobo. Il BNP è all’ 1,9% alle ultime elezioni politiche (maggio 2010), cioè, molto meno rispetto alle elezioni europee del 2009 dove il partito aveva guadagnato il 6,2% dei voti.
Un partito senza importanza elettorale ma che non deve far dimenticare il suo vicino più moderato, il Partito per l'Indipendenza del Regno Unito (UK Independence Party, UKIP) il cui scopo primario è quello di portare il paese fuori dell'Unione Europea. Alle elezioni del 2009, arrivò a questo titolo al secondo posto con il 16,5% ... per crollare vertiginosamente al 3,1% un anno dopo alle elezioni parlamentari.



domenica 6 maggio 2012

L’Italia e Hollande: dopo l’indifferenza la speranza?


L'Italie et Hollande: après l'indifférence, l'espérance?

di Leonardo Martinelli
Pubblicato in Francia il 24 aprile 2012
Traduzione di Claudia Marrucceli per Italia Dall'Estero


Dopo giorni di indifferenza (della serie,"abbiamo talmente tanti problemi noi, perché occuparci di quelli degli altri?"), gli italiani alla fine mostrano interesse per le elezioni francesi. E a François Hollande, in particolare:

- innanzitutto la sinistra italiana. Nel PD si dice: "Se un movimento politico come il partito socialista francese, in crisi fino a 2 anni fa e appena convalescente un anno dopo è stato in grado di proporre un candidato probabilmente destinato a vincere, anche noi possiamo farcela". In breve, da "Hollande presidente" potrebbe nascere una dinamica positiva anche per Roma.  Rimane comunque da  risolvere il problema di un partito di centro ancora insidioso dal punto di vista elettorale, non del tutto frammentato come il partito di Bayrou ".
- il primo ministro del governo tecnico, Mario Monti, ovviamente non ha rilasciato alcun commento politico, ma continua a dire che misure europee sulla crescita infine dovranno accompagnare i tagli di bilancio. Certo aspetta l'occasione giusta (e il giusto alleato) per prendere le distanze dalla cancelliera Merkel. Hollande, sarebbe il momento giusto ... e tanti saluti Sarkozy. Una leggenda metropolitana voleva Mario e Nicolas “amici”. Ma come dimenticare la guerra tra i due su Alstom nel 2004, quando il primo era Commissario europeo per la Concorrenza e il secondo Ministro francese delle Finanze. Monti, un seguace del liberalismo all’europea, contro, in fondo, un gaullista favorevole a  “lo stato sopra ogni cosa”. Senza contare lo stile di vita: l'austerità contro lo “sbrilluccichio”. Non c’è paragone.
- anche Giulio Tremonti, ex ministro delle Finanze di Silvio Berlusconi, ha appena confessato: "Se fossi francese voterei Hollande". Il popolo del Cavaliere non ha dimenticato lo scambio di sorrisi tra Sarkozy e la Merkel di fronte  ai giornalisti, che chiedevano la loro opinione sul cancro Berlusconi in piena crisi economica. Sarkozy addio. Con piacere.



giovedì 3 maggio 2012

In Italia i partiti si danno alla pazza gioia

En Italie, les partis mènent grand train

di Richard Heuzé
Pubblicato in Francia il 20 aprile
Traduzione di Claudia Marruccelli per Italia Dall'Estero
                                 

Gli italiani tirano la cinghia, ma i partiti continuano a ricevere dallo stato somme da capogiro.
        
La politica vive di corruzione. Non solo degli scandali che periodicamente riempiono le cronache. Ma anche dei finanziamenti pubblici ai partiti che aumentano - paradossalmente - dopo ogni nuovo caso. Dal 0,35 euro annuo per elettore, il "rimborso" dello stato per le  "spese elettorali" è aumentato a 4 euro durante le ultime elezioni legislative del 2008 e potrebbe presto raggiungere quasi i 6 euro. Lo Stato annualmente sovvenziona così per diversi milioni di euro i partiti, una follia vera e propria in tempi di austerità.


"E dire che ci troviamo oggi nella stessa situazione nel 1974!" esclama Sergio Rizzo, guardando nei registri della Corte dei Conti. Il giornalista del Corriere della Sera è uno dei principali esperti italiani sul finanziamento dei partiti. I suoi libri sono diventati best-sellers, senza mezzi termini ha denunciato gli eccessi della "casta", un nome che è stato dato a quel nucleo di persone che governa il paese. La sede del Corriere si trova nel cuore di Roma, all’interno di  palazzo Napoleone, all'angolo tra Via del Corso e Piazza Venezia. Le finestre dell'ufficio di Rizzo si estendono sulla struttura a reticolo da cui Maria Letizia, madre dell'imperatore, osservava senza essere vista la gente passeggiare per la strada romana.

L'anno 1974 segna una svolta. Su iniziativa del democristiano Flavio Piccoli e dopo due scandali per finanziamento occulto di forze politiche da parte di gruppi industriali, il Parlamento ha approvato la prima legge sul finanziamento pubblico dei partiti. E’ fatto loro divieto di  ricevere contributi pubblici diversi dal  rimborso delle spese elettorali. Essi sono obbligati, pena sanzioni giudiziarie, a rendere pubbliche le donazioni che ricevono dai privati, se sono al di sopra di un importo modesto.


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"Mani Pulite" è durata poco
Dal 1981, i primi cambiamenti si verificano in seguito allo scandalo Caltagirone (bustarelle di un grande costruttore): l'importo del finanziamento pubblico è raddoppiato e i partiti sono nuovamente autorizzati a ricevere finanziamenti pubblici. I loro conti non hanno alcun obbligo di controllo.

Nell’aprile 1993, inizia la battaglia. Su iniziativa dei radicali, guidati da Marco Pannella e Emma Bonino, con un referendum si mette fine al finanziamento dei partiti. Sull’onda di "Mani Pulite" il 90,3% degli italiani approva l'abrogazione. Eppure non ci vuole molto tempo, otto mesi, che il Parlamento nel mese di dicembre, correggerà il tiro, consentendo ai contribuenti di versare lo 0,4% del proprio reddito ad un partito politico, con un discreto beneficio fiscale. Il totale di queste donazioni ai partiti politici è inizialmente limitato a 56 milioni poi diventeranno 82 milioni. Nel 1997, il legislatore richiede ai partiti di emettere un bilancio, ma la Corte dei Conti può solo verificare l'esattezza delle spese elettorali.

Quanto costa la politica al contribuente

Due anni più tardi, la legge 157 crea cinque fondi, alimentati da denaro pubblico, per pagare le spese sostenute dai partiti per i referendum legislativi, senatoriali, europei o regionali. Nel 2006, il legislatore è andato anche oltre: questi rimborsi, limitati a 193 milioni di euro e versati in rate annuali, sono dovuti ai partiti, anche se le elezioni anticipate interrompono la legislatura. Questo è stato il caso nel 2008. I partiti hanno continuato a raccogliere i soldi spettanti per la precedente legislatura e che sono stati cumulati con quelli ottenuti dopo le elezioni del 2008.

I partiti minori che, anche se non hanno superato la soglia del 4% per entrare in parlamento, hanno raccolto l'1% dei voti, hanno anche questi diritto ad un "rimborso elettorale". Così la formazione dell’ estrema destra, con una percentuale di voti pari al 2%, aveva il diritto nel 2008 a 6.2 milioni di euro, mentre la sua campagna elettorale era costata solo 2,5 milioni. La Corte dei Conti non può che essere perplessa. Per i suoi giudici, è difficile parlare di "rimborsi", quando le somme versate dallo Stato sono tre volte superiori rispetto agli importi effettivamente sostenuti dai partiti per la propria campagna elettorale. Alle legislative del 2008, che hanno visto il ritorno di Berlusconi al potere, tutti i partiti hanno investito 136 milioni di euro in spese elettorali, ma hanno incassato 503 milioni. "Ovvero un guadagno del 270%", osserva Sergio Rizzo.

Sovvenzioni ai partiti in Europa
 Nessuno partito fa eccezione
Nel corso degli anni, questi rimborsi sono aumentati sempre più. A ciascun partito toccavano  0,35 euro per elettore e per anno nel 1973. Poi, si è passati ad un euro nel 2001, 2,47 nel 2006 e 4 euro due anni dopo. A questo dobbiamo aggiungere i contributi pubblici ai giornali di partito: 4 milioni di euro nel 2008 a La Padania, il giornale della Lega Nord. Quasi altrettanto per il quotidiano comunista Liberazione. Più di 6,37 milioni per l’ Unità, legato al Partito Democratico, ecc. "Come moltiplicare per 11 il proprio capitale in cinque anni senza correre alcun rischio?

Chiedetelo alla Lega Nord ", aggiunge Sergio Rizzo. Nel 2008, il partito autonomista e xenofobo ha speso 3,746 milioni dper le elezioni e ha incassato 41,384 milioni dello Stato, con un incremento del 218% ... per anno. A quanto pare questo non gli è bastato, come evidenziato dai gravi scandali che hanno costretto il suo carismatico leader Umberto Bossi a dimettersi.
Nessuno dei partiti fa eccezione, anche quelli che si proclamano i più virtuosi e si battono per la moralizzazione della vita pubblica. L'Italia dei Valori (IDV), dell’ex giudice Antonio di Pietro, ha incassato nell'ultima legislatura 21,6 milioni di euro (in cinque anni) rispetto ai 4,4 milioni effettivamente spesi. Il PDL di Silvio Berlusconi, 206,5 milioni per 68,5 milioni di spese. Il Partito Democratico, unica squadra a presentare bilanci "certificati", 180,2 milioni per 18,4 milioni di spese elettorali. Non c'è da stupirsi che alla soglia di una riforma di importanza cruciale per le finanze del paese, le forze politiche sono riluttanti e si mostrano quanto meno prudenti.
I tre principali inquisiti di truffa e peculato della lega Nord: Belsito, Renzo Bossi e Rosy Mauro

 

lunedì 30 aprile 2012

Italia, il rovescio della medaglia Monti

Italie, le revers de la médaille Monti


di Sandra Moro
Pubblicato in Svizzera il 11 aprile 2012
Traduzione di Claudia Marruccelliù

La potente medicina somministrata da Mario Monti alla penisola, per tirarla fuori dal marasma, provoca il malcontento di alcune categorie di cittadini. A guidare la protesta, i piccoli imprenditori che lamentano una pressione fiscale insopportabile e riforme che non favoriscono la produttività.

"Mario Monti è la persona giusta al momento giusto, al posto giusto. Noi approviamo tutte le misure adottate" dichiarava con entusiasmo due settimane fa Angel Gurria, segretario generale dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), circa l'azione del successore di Berlusconi in carica dal novembre 2011. Lodate dai suoi omologhi europei e dalla comunità internazionale in generale, le riforme intraprese da Mario Monti per risollevare  le sinistrate finanze italiane, non gli riservano però gli stessi elogi unanimi da parte dei suoi concittadini. Anche se i sondaggi attestano ancora una certa popolarità del presidente del Consiglio, che era del 55% a fine marzo, i suoi metodi e i suoi piani di rigore sono all'origine di aspre critiche in alcuni settori della popolazione. In prima fila i piccoli imprenditori, numerosi nell’esprimere la loro rabbia sentendosi poco rappresentati dalle associazioni professionali troppo passive per il loro gusto.


Penalizzati per anni in un paese che fa fatica a crescere, i piccoli imprenditori dicono di sentirsi presi per la gola, da quando l'Italia, sottoposta ad una cura di austerità, è entrata in recessione alla fine dello scorso anno. Essi denunciano in particolare l’aumento della pressione fiscale deciso dal governo e si lamentano dei crescenti controlli  che peggiorano solo la situazione. "Mario Monti  ci fa fare solo bella figura agli occhi del mondo, non risolve i problemi del Paese", dice Luca Peotta. Questo proprietario di una piccola azienda che produce forni industriali e dà lavoro a otto persone nella città di Cuneo, ha fondato nel 2009 "Imprese Che Resistono ", un movimento che rivendica una riduzione dei carichi fiscali che pesano sulle forze produttive del paese. Apolitico e forte della presenza di circa 3.500 aziende associate, questo movimento è ora più attivo che mai. Perché la situazione è gravissima, insistono i suoi membri. Nel 2011, sono fallite più di 11.600 imprese in Italia, un record negli ultimi quattro anni, che ha comportato la perdita di 50.000 posti di lavoro secondo l'Associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre (CGIA) nel Veneto.

In Italia, "l'onere fiscale che grava sul lavoro e sulle imprese supera di 50 miliardi la media europea", ha dichiarato il mese scorso Luigi Giampaolino, presidente della Corte dei Conti. E nonostante il governo prometta di spostare l'onere fiscale dalle imprese al patrimonio e al consumo, i piccoli datori di lavoro sono preoccupati. "La situazione delle PMI non migliorerà molto", ha detto Massimo Mazzucchelli, capo di una azienda a carattere familiare che dà lavoro a 16 persone nella provincia di Varese, e membro di ICR. L’imprenditore è meravigliato dalle misure decise nel quadro della riforma del mercato del lavoro. Questa prevede un nuovo sistema di indennità di disoccupazione, che richiede maggiori contributi agli artigiani e piccole imprese, oltre a tassare ulteriormente le diverse forme di lavoro a tempo determinato: "Questo è precisamente ciò che ha permesso alle piccole imprese di assumere dipendenti soltanto durante i periodi di forte produttività. La domanda è drasticamente calata, non c'è abbastanza lavoro per assumere personale sulla base di contratti a tempo indeterminato ".


I piccoli imprenditori non sono però i soli a subire gli effetti delle riforme del governo: la riforma delle pensioni, il ritorno della tassa di proprietà sulla prima casa, l'ulteriore aumento di due punti dell'IVA previsto per il prossimo autunno (per raggiungere un tasso del 23%), o l'introduzione di imposte ambientali previste nel quadro della riforma fiscale preparato dall’esecutivo, rientrano nell’elenco dei pesanti sacrifici annunciati da Mario Monti a tutti i cittadini quando ha assunto l’incarico di governo. Risultato, la pressione fiscale in Italia "è in procinto di superare il 45% del PIL, un livello che ha pochi uguali al mondo", ha dichiarato preoccupato Luigi Giampaolino durante un colloquio con la commissione della Camera dei Deputati nel mese di marzo. La media europea si colloca a circa il 40%.

Per risanare le finanze della nazione - che vanta un debito di oltre 1,9 miliardi di euro, ossia il 120% del PIL - il governo ha intensificato i controlli fiscali. Ancora una volta, i piccoli datori di lavoro alzano la voce e denunciano una caccia alle streghe mirata soprattutto verso i piccoli contribuenti. "Non è per difendere l'evasione fiscale, assicura Luca Peotta, ma notiamo che non sono i grandi evasori che sono preoccupati al momento. Loro continuano come prima a esportare i propri capitali verso i paradisi fiscali ".

Le lamentele dei piccoli imprenditori circa l'inasprimento del controllo fiscale non ha nulla di sorprendente. Essi sono stati finora assoggettati ad un sistema, spietato nei confronti dei dipendenti tassati alla fonte, ma ha colpito davvero poco gli autonomi, i liberi professionisti e le aziende, all’origine delle massicce sparizioni di capitali. Secondo il Ministero del Tesoro italiano, gli importi evasi potrebbe ammontare più di 160 miliardi di euro all'anno. Secondo i dati fiscali nel 2011 (per l'anno 2010) raccolti dal Dipartimento delle Finanze del Ministero dell'Economia, il 49% dei contribuenti italiani dichiara un reddito annuo inferiore a 15.000 euro. E mentre il reddito medio dei dipendenti è di 19,810 euro e quello degli imprenditori arriva solo a 18,170 euro.


Francesco, che gestisce una piccola azienda edile in Liguria, non nasconde che si prende qualche libertà con i pagamenti fiscali che dovrebbe versare. Dice che questo è il prezzo da pagare affinché la sua azienda possa sopravvivere: "Il lavoro manca, se voglio portare a casa qualcosa per vivere, devo risparmiare sia nelle misure di sicurezza nei cantieri, sia evitare di dichiarare una parte del reddito. "Ma non è sempre stato così, dice. Nel 2005, dichiarava ancora un reddito di oltre 40.000 euro. "Gli affari andavano meglio a quel tempo, ma da allora la situazione è peggiorata. Non baro per divertimento ", dice uno che è stato deluso dalla azione di governo. "Se Mario Monti salva l'Italia, quella non è la mia [Italia], quella  dei poveracci".

Al di là della tendenza problematica e diffusa  degli autonomi in Italia di frodare, il disagio espresso dagli artigiani e dai piccoli imprenditori non è finto. Dall'inizio dell'anno, una decina di imprenditori alle prese con difficoltà economiche si sono suicidati nella penisola. A Bologna, due settimane fa, un artigiano si è dato fuoco di fronte all’Agenzia delle Entrate, con cui aveva un contenzioso.

Tali gesti di disperazione, in aumento dalla crisi finanziaria del 2008, sono ulteriormente aumentati negli ultimi mesi. Esasperato dalla passività delle autorità nei confronti di questo fenomeno, Massimo Mazzucchelli ha creato una rete di psicoterapeuti chiamati "Terraferma" una specie di Telefono Azzurro per gli imprenditori. "Sono molto spesso completamente soli ad affrontare i problemi che si accumulano e non riescono ad accettare la prospettiva di licenziare i dipendenti che spesso sono amici o vicini di casa, né di chiudere un’azienda in cui si identificano completamente", fa notare.

Alberto Dalpiaz, non ha ne’ intenzione di suicidarsi, ne’ di mettere la chiave sotto la porta/rinunciare alla sua azienda. Proprietario di una azienda agricola biologica di 4 ettari nella regione di Imperia, come tutti gli agricoltori, gode di numerose esenzioni fiscali. "Non sono poi tanto sfortunato", si lamenta, tuttavia, come gli imprenditori di altri settori, della riluttanza delle banche a concedere prestiti. Una tendenza che si è ancora più accentuata dal secondo semestre del 2011, fa notare la CGIA di Mestre. "Questo è un grande disincentivo alle aziende individuali, e questo può causare molti problemi quando si devono garantire  determinati pagamenti mentre la maggior parte dei clienti sono lenti nel saldare le proprie fatture."

Primo fra i morosi, "lo Stato, che paga i propri conti con un enorme ritardo, accusa Alberto Dalpiaz. E’ il colmo, se si pensa che proprio lo stato non esita a colpire con forza e direttamente coloro che non pagano  i propri debiti in tempo", dice il contadino. Secondo uno studio dell'associazione di categoria Confartigianato, lo Stato evidenzia una media di 137 giorni di ritardo nel pagamento dei suoi fornitori.



Variazione di crescita del PIL dal 1999 al 2011

Oltre al sollievo del carico fiscale, l'obbligo di pagare entro 60 giorni fa parte delle riforme richieste da ICR per migliorare la situazione delle PMI, così come un cambiamento nel sistema di riscossione dell’IVA", che dovrebbe essere versata all’amministrazione quando le aziende incassano i propri profitti", sostiene Luca Peotta, piuttosto che mensilmente o trimestralmente come avviene oggi. "Grazie ad iniziative di questo tipo che l'Italia potrà tornare a crescere", .
ha detto

In attesa di vedere le autorità disposte ad ascoltarli con più attenzione, gli imprenditori delle medie industrie, così come gli altri autonomi, vedranno ridotto il loro margine di manovra contro il fisco, perché il governo insiste da mesi con controlli che si intensificheranno in futuro.
Per il sindacalista Domenico Proietti, specialista in materia fiscale della UIL (Unione Italiana del Lavoro), è il minimo che che si può fare. Poiché anche se la situazione dei piccoli datori di lavoro non è sempre rosea, non sono quelli più messi male, sostiene. "Cominciamo con l'abbassamento delle tasse per coloro che effettivamente pagano dal primo all'ultimo euro. In Italia, non sono difficili da identificare, sono i dipendenti e pensionati ".