mercoledì 16 gennaio 2013

Perchè i francesi devono guardare verso l’Italia


Pourquoi les Français doivent regarder vers l'Italie

di Romain Gubert
Pubblicato in Francia il 10 gennaio 2013
Traduzione di Claudia Marruccelli



Un uomo politico che i francesi non voterebbero mai perchè italiano. Si tratta di Mario Monti.
Questo serio tecnocrate dalle eterne cravatte blu e gli occhiali poco appariscenti ha ingannato ben bene il suo mondo. Colui che gli italiani chiamavano il “Professore” sta diventando piano piano “Super Mario”.
Torniamo indietro nel tempo. Monti è stato chiamato poco più di un anno fa alla guida del suo Paese sull’orlo del fallimento, per rimediare alla catastrofe causata da Berlusconi, con questa promessa: “Faccio un po’ d’ordine e poi ciao”.
Di fatto oggi è in corsa per guidare il prossimo governo dopo le elezioni legislative che avranno luogo nel mese di febbraio. Ha creato una grande coalizione attorno al proprio nome, con un programma che si riassume in un paio di parole: “lacrime e sangue”.
In breve si tratta di continue dolorose riforme. Non ha la vittoria in tasca in Italia, dove misure di austerità e guerra alla frode fiscale sono d’obbligo. Ma i francesi hanno tutto l’interesse a guardare il cammino intrapreso da quest’uomo.

Perchè bisogna volgere lo sguardo all’Italia?Perchè la fonte d’ispirazione alle sue riforme, Mario Monti è andato a pescarla… proprio in Francia. Monti faceva parte della commissione Attali, istituita nel 2007 da Nicolas Sarkozy per “dare il via alla crescita”. Ricordate: questa commissione di esperti e periti ha stilato una lista di quasi 200 motivazioni che bloccavano l’economia francese. Tra le quasi 200 proposte formulate da Attali veniva anche sollecitata la liberalizzazione delle professioni privilegiate, ad esempio i tassisti, i notai, i farmacisti, passando per la domenica lavorativa, la “flessibilità” del mercato del lavoro o la fine dei contratti a tempo indeterminato.
E nel momento in cui Monti ha tracciato l’itinerario del suo viaggio ha semplicemente ripreso i lavori di questa commissione di cui è stato uno dei pilastri.
Se vogliamo essere onesti non tutto ha funzionato. Per esempio i tassisti: Monti ci ha sbattuto il muso. E oggi le tariffe dei taxi italiani sono più alte di un anno fa. Proprio come in Francia, dove Sarkozy non è riuscito a tener testa più di una giornata alle loro manifestazioni di protesta, anche Monti non è riuscito a spuntarla nella lotta contro i tassisti. Ma altre riforme altrettanto significative per l’economia del paese cominciano a produrre i loro effetti. L’Italia non è più sotto il fuoco dei mercati. E qualcuno in Francia, ormai sogna un “Monti francese” per far uscire il Paese dalla recessione.

Cioè?Anche se non viene detto apertamente, alcuni desiderano seriamente interpretare questo ruolo. Tra i vari personaggi mi viene in mente Christine Lagarde per la destra, rinvigorita dopo il disastro nell’ UMP [partito politico conservatore francese di Sarkozy, N.d.T.]. La cerchia dell’ex ministro di Sarkozy ha manifestato chiaramente l’auspicio che dopo il FMI, la Lagarde ritorni a fare politica. Per lo schieramento a sinistra penserei a Pascal Lamy, che tra qualche mese lascerà il suo incarico all’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Ma ce ne sono molti altri che possono interpretare il ruolo del tecnico che risolleva il Paese.
E’ bastato vedere qualche settimana fa un incontro molto parigino, nel grande auditorium di Scienze Politiche a Parigi, dove Mario Monti ha spiegato il suo programma in Italia. Era presente un esercito di imprenditori francesi, amici di François Hollande, intellettuali della destra …
Erano tutti in brodo di giuggiole alle parole di Mario Monti, sognando di poter scopiazzare le ricette di “Super Mario” per metterle in pratica poi in Francia.

venerdì 11 gennaio 2013

La nuova sfida di Mario Monti

Italie: le nouveau défi de Mario Monti

Di Christian Makarian
Pubblicato in Francia il 10 gennaio 2013
Traduzione di Claudia Marruccelli

In vista delle elezioni politiche di febbraio, il Presidente del Consiglio pare intenzionato a condurre una coalizione di centro, ma mentre Mario Monti è il candidato preferito di Bruxelles, le sue misure piacciono poco agli italiani.



E’ stato in qualche modo la speranza europea del 2012 e ci offre un bis nel 2013. Dopo aver annunciato le sue dimissioni provocando accese reazioni nel dicembre scorso, Mario Monti che presto compirà 70 anni, ha deciso di rimettersi in corsa senza esporsi in maniera diretta. Secondo un soggetto già collaudato, il « papa di transizione » ha preso gusto al potere. Nominato senatore a vita non può essere eletto in prima persona, ma non ha neanche alcun bisogno di farsi pubblicità. Basta semplicemente che un accordo politico porti il suo nome. Dopo qualche consultazione, a sorpresa, ha annunciato di volersi mettere a capo di una coalizione centrista in vista delle elezioni politiche anticipate del 24 e 25 febbraio. Ed ecco che l’ex commissario europeo, capo di un governo di tecnici negli ultimi tredici mesi, decide di scendere nell’arena politica italiana, che non è la più tranquilla.

Berlusconi che rappresenta in prima persona lo sfacelo dell’Italia, cerca di contenere la mitragliatrice giudiziaria di cui è obiettivo.
Lo fa con mille precauzioni oratorie, facendo ben attenzione di precisare che la frattura destra-sinistra « non riflette l’alleanza di cui l’Italia ha bisogno ». E a ragione. Al centro sinistra il Partito Democratico è dominato dalla personalità di Pierluigi Bersani; la creazione di un blocco di sinistra moderata poggia su delle alleanze e delle contropartite complesse, che presuppongono, tra l’altro, un rifiuto del programma liberale di Monti. In particolare le ambizioni personali di Bersani e di Monti sono lontane l’una dall’altra, anche se, questo è il bello della politica, i due personaggi saranno costretti a trovare un accordo reciproco per sconfiggere il comune avversario. In effetti a destra è ricomparso lo spettro Berlusconi. Il Cavaliere ha manifestato di nuovo la sua perversità facendo cadere il governo Monti con il ritiro dell’appoggio del suo partito, creato solo per scopi personali. La personificazione dello sfacelo italiano cerca di circoscrivere la mitragliatrice giudiziaria di cui è obiettivo. Cerca di sfruttare l’impopolarità del programma di Monti, ma cosa offrirà in cambio del rigore, lui il cui bilancio di governo è a noi tutti ben noto? In larga parte le elezioni si giocheranno attorno al desiderio di legittimità dello scabroso politico.


Monti vuole proseguire l’azione riformatrice iniziata più di un anno faLa Chiesa, che Berlusconi ha senza posa cercato di arruffianarsi alla ricerca di una sua personale moralità, attualmente invia sempre più segnali di appoggio a Mario Monti, cattolico praticante che gode delle reminiscenze della Democrazia Cristiana. Il papa in persona gli ha telefonato per gli auguri di buon anno e l’ Osservatore Romano ha scritto di vedere nella possibile rielezione del presidente del consiglio uscente la risposta alla “domanda di una politica di livello superiore”. Ma Monti più devoto alla Bocconi che al Vaticano, intende proseguire l’azione riformatrice iniziata più di un anno fa e che ha prodotto un certo risanamento alleggerendo la forte delusione. Questa è la sua sfida. Il deficit statale è passato da 63.8 miliardi di euro nel 2011 a 48.5 miliardi nel 2012, e non è poco. Potrebbe quindi assestarsi al 3% del PIL nel 2012 (contro il 4.5% in Francia), risultato che François Hollande spera di ottenere nel 2013. “Super Mario” è anche riuscito a far ridurre lo spread del suo paese rispetto ai mercati finanziari. Purtroppo il suo programma non piace agli strati popolari: nonostante voglia far abbassare di un punto le tasse, continuerà a tagliare drasticamente la spesa pubblica e prenderà misure competitive, ma socialmente dolorose.
Sono molte le ragioni che fanno di Monti il candidato preferito dall’Europa. Ma è davvero una carta vincente? La risposta del popolo italiano, che deciderà senza tener conto minimamente del parere di Bruxelles, di Berlino o di Parigi, darà alla fine la misura di ciò che un popolo pieno di debiti e messo alle strette è ancora in grado di sopportare. La scelta dell’Italia quindi ci riguarda da vicino.

sabato 5 gennaio 2013

In mancanza di idee per riconquistare l’Italia, Silvio Berlusconi grida al complotto

Faute d'idées pour reconquérir l'Italie, Silvio Berlusconi crie au complot

di Philippe Ridet
Pubblicato il 2 gennaio 2013 in Francia
Traduzione di Claudia Marruccelli


Silvio Berlusconi ha iniziato il 2013 così come aveva finito il 2012: in televisione. Comparendo a ripetizione su tutti i canali televisivi, nazionali e locali, di stato e privati, il magnate dei media ha intenzione di sfruttare appieno questo periodo prima che si apra ufficialmente la campagna elettorale, 45 giorni prima del voto previsto per il 24 e il 25 febbraio, quando sarà la par condicio a regolare la durata degli interventi televisivi di tutti i candidati. In base ad alcuni sondaggi a lui solo noti, ritiene che la sua offensiva mediatica abbia permesso al suo partito, il PdL, di riprendersi 4 punti passando dal 16% al 20% delle intenzioni di voto. E’ davvero pochino, dopo due settimane di sforzi quotidiani.
Questa potrebbe essere l’ultima campagna, quella di troppo, per l’ex Presidente del Consiglio, stretto nella morsa tra il PD, la lista “Monti” – appoggiata dall’ex Primo Ministro – e quella del comico e blogger Beppe Grillo, fondatore del Movimento 5 Stelle. La sua difficoltà si può riassumere in un’unica domanda: come inventare una nuova storiella, qualcosa di inedito da raccontare agli italiani, quando non è mai riuscito tutte le volte che lo hanno votato a tramutare in realtà i sogni che proponeva loro? Per quanto si sforzi, il Cavaliere non trova soluzioni.
La proposta di ritirarsi dalla campagna se Monti avesse accettato di guidare un ipotetico “partito dei moderati” che includesse il partito secessionista e anti-immigrati della Lega Nord era solo un’esca, che rivela le sue concrete difficoltà nel trovare una collocazione innovativa nella sua sesta campagna elettorale dal 1994, e forse anche un po’ di stanchezza.
 



Monti, “un tecnico che è diventato un leaderino”
La sua strana campagna è indice del suo imbarazzo. All’inizio ha tentato di giocare nuovamente la carta della lotta al “comunismo”, che gli aveva portato fortuna nel 1994. Ma la personalità del segretario Pierluigi Bersani, leader della sinistra, riformista e avvezzo all’economia di mercato, non si presta molto a questa mossa. Poi ha cercato di scaricare sull’euro le responsabilità di tutte le difficoltà del Paese: quest’euro “germanocentrico” la cui salvezza avrebbe imposto agli italiani una cura di rigore ingiustificata ai suoi occhi. In ultimo ha deciso di delegittimare Monti, “un tecnico diventato un leaderino tra tanti altri”, ma l’eco diffusa dai media per ciascuna delle misure adottate dal Professore smentisce per il momento questa analisi.
Costretto ad aggiustare il tiro della sua strategia di giorno in giorno, alla fine gli resta solo la teoria del complotto per attirare l’attenzione su di sé e coalizzare i suoi sostenitori. Stando a lui, la sua caduta nel novembre del 2011 sarebbe frutto di una congiura di palazzo in cui Mario Monti e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per assecondare interessi stranieri, avrebbero cospirato contro di lui.
I due devono fare attenzione, perchè Berlusconi ha intenzione di istituire una “commissione d’inchiesta” che faccia luce sulle loro responsabilità in una vicenda che secondo lui ha tutte le apparenze di un tradimento. Il Cavaliere non lo ha ancora annunciato, ma sembra pronto ad aggiungere a questa prima lista i nomi di Mario Draghi, Presidente della BCE, José Manuel Barroso e chissà, forse un giorno, anche quelli di Barack Obama, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Tutti colpevoli di aver avuto delle riserve sulla politica da lui adottata all’epoca.


Un fuoco d’artificio al giorno
Così facendo, Berlusconi finge di dimenticare che la fine del suo regno era stata apertamente annunciata dagli scandali che hanno riguardato la sua vita pubblica e privata, dagli attacchi del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, a cui sarebbero bastati solo tre voti per far cadere il Cavaliere nel dicembre del 2010, e dalle sconfitte elettorali in occasione delle amministrative del maggio 2011, quando il PdL ha perso il feudo di Milano a vantaggio della sinistra. Un bel po’ di argomenti che avrebbero dovuto essere un campanello d’allarme sulla fragilità della sua posizione.
Nel suo fortino di Arcore, cittadina della cintura milanese in cui possiede una sontuosa dimora, il Cavaliere ha deciso di sparare un fuoco d’artificio al giorno senza neanche tentare di concedersi un pizzico di coerenza, spiluccando nei programmi altrui alla ricerca di ciò che possa sembrargli innovativo. Da qui la sua proposta di limitare a due il numero dei mandati per i parlamentari, copiata pari pari da Beppe Grillo, il più accanito dei suoi nemici.
A questa difficoltà tattica si aggiunge una situazione intricata dal punto di vista strategico. La Lega Nord, alleata storica da vent’anni, rifiuta ogni alleanza con lui. Compromesso dagli scandali legati al suo fondatore Umberto Bossi, il partito, ormai guidato dall’ex Ministro degli Interni Roberto Maroni, ha intenzione di rifarsi la verginità all’interno della propria base elettorale dell’Italia del nord, dove governa già in Piemonte e nel Veneto, e per questo motivo è pronto a sacrificare qualche poltrona a Roma presentandosi da solo alle elezioni. Siamo ad una svolta.

domenica 9 dicembre 2012

Caricatura



Di Sylvain Bourmeau

Pubblicato in Francia il 6 dicembre 2012

Traduzione di Claudia Marruccelli

Gli svariati tira e molla dell’inverosimile spettacolo offerto dal UMP (Union pour la Majorité Presidentielle) e dei suoi due candidati, alla fine, ci aveva convinto che la Francia poteva vantarsi di annoverare nella sua Repubblica la destra più stupida del mondo.



Questo senza contare l’incredibile talento di eterno attore, ingenuamente preso sul serio da molti, quando per l'ennesima dichiarò di voler abbandonare definitivamente la scena. Come uno zombie in uno di quei film di serie B del genere fantastico-erotico degli anni '70 che sono (anche) parte del patrimonio cinematografico italiano, l'esilarante Silvio Berlusconi risorge dai morti.

Questo ritorno finale, probabilmente il più rischioso che abbia mai tentato, potrebbe paradossalmente essere il miglior servizio che possa rendere alla democrazia italiana, che da Primo ministro ha contribuito a minare per molti anni. Il gesto di Berlusconi e la micro crisi politica che solleva, provocando le dimissioni del Presidente del Consiglio, hanno  opportunamente sottolineato il fatto che un governo di unità nazionale, ridicolamente composto da esperti presumibilmente senza ideologie politiche, può probabilmente condurre riforme tecniche finora ritenute impossibili, ma è comunque perfettamente in grado di risolvere la profonda crisi politica che ha paralizzato il paese per troppo tempo. Peggio: questa depoliticizzazione rivendicata ha contribuito all’aggravamento del problema. Se si tratta anche di quello della divisione sinistra-destra, il ritorno di Berlusconi potrebbe rivelarsi una buona notizia.

venerdì 7 dicembre 2012

Spaghetti Western: le primarie italiane in salsa populista

Western spaghetti: des primaires italiennes à la sauce UMP


DI Ariel Dumont
Pubblicato in Francia il 30 novembre 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli


Dall’altra parte delle Alpi, scorre sangue nell’arena del partito democratico che domenica al secondo turno delle primarie deve esprimersi tra i due candidati del partito in lizza. Parliamo di Pierluigi Bersani, segretario nazionale e veterano del partito e Matteo Renzi, sindaco di Firenze, quarantenne rampante che si considera il salvatore della sinistra italiana.
La posta in gioco di questo secondo turno è essenziale: chi vincerà rappresenterà le speranze della sinistra alle legislative, che si svolgeranno verso la metà di marzo, ritornando al potere con la presidenza del consiglio.
Ma a tre giorni dal calcio d’inizio del ballottaggio alle primarie, la situazione si è trasformata in dramma tra i due contendenti. Ieri i rappresentanti degli altri quattro candidati che si erano presentati al primo turno, Pierluigi Bersani, Nichi Vendola, Bruno Tabacci e laura Puppato, hanno presentato un ricorso al “consiglio di sorveglianza” del PD contro Matteo Renzi.

Manipolazione politicaAlla base di questa decisione, l'acquisto di pagine pubblicitarie in otto giornali italiani da parte della fondazione "Big Bang" vicina a Matteo Renzi. Pagine per pubblicare un testo che invita gli italiani a registrarsi il più presto possibile nelle liste degli elettori del Partito Democratico necessarie per poter votare domenica alle primarie.
Secondo gli altri quattro candidati, la pubblicazione è da considerarsi come una violazione del codice deontologico, in quanto il testo non è stato approvato dall’organo responsabile per l'organizzazione delle primarie, oltre che come manipolazione politica. Per guadagnare terreno al primo turno, Pierluigi Bersani aveva solo 9 punti di vantaggio, il sindaco di Firenze avrebbe deciso di tirar fuori l'artiglieria pesante per mobilitare gli elettori, dicono i suoi avversari.
In attesa della risposta del Consiglio interpellato dai quattro candidati, la situazione diventa sempre animata tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi. Dopo aver appreso che la Corte dei Conti si era rifiutato di approvare il bilancio del comune di Firenze, Matteo Renzi senza mezzi termini ha accusato il capo del suo partito di aver fatto pressioni sui membri della corte. Operazione, secondo le sue accuse, montata soprattutto per screditarlo agli occhi dei suoi elettori.




Inferno e cattive intenzioniPierluigi Bersani accusa il suo avversario "di voler scatenare l'inferno a tre giorni dalle primarie." Secondo il segretario del PD, il sindaco di Firenze ha predisposto una campagna di "bombardamento postale". La scheda di registrazione necessaria per votare alle primarie, è stata inviata a migliaia di utenti italiani, senza nemmeno conoscere la loro appartenenza politica. Unica certezza, il riquadro per stampare il modulo è stato inserito al centro della prima pagina di molti siti. Lo si trova persino in un sito di cucina!
Resta il fatto che questa vicenda rischia di far perdere molti punti al ​​sindaco di Firenze. Nel corso degli ultimi giorni, diversi consiglieri hanno annunciato che sosterranno Pierluigi Bersani domenica prossima, anche se erano pronti a votare per il suo avversario, anche una settimana fa.

Il duello francese Fillon-Copé versione spaghetti westernGli italiani già disgustati dalla politica in generale, dopo gli scandali di corruzione che hanno colpito numerosi partiti con tutta la loro forza negli ultimi mesi, guardano questa battaglia tra leader e si pongono delle domande. E alcuni già affermano forte e chiaro che due uomini che si sbranano per il potere senza rendersi conto di quanto mettano in ridicolo tutto il partito, non hanno la stoffa adatta per governare il loro paese.
In questo contesto, domenica l’affluenza alle primarie, importante al primo turno, nel caso del ballottaggio potrebbe essere deludente. Fortunatamente per gli italiani questa remake versione spaghetti-western della interminabile guerra tra i candidati francesi Fillon Copé termina domenica.

giovedì 6 dicembre 2012

Il vertice Italo-francese sulla linea Torino Lione

Le sommet franco-italien sifflera-t-il le vrai départ de la liaison Lyon-Turin?

di Marie-Annick Depagneux
Pubblicato in Francia il 3 dicembre 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli

I rappresentanti amministrativi del dipartimento Rhône-Alpes si aspettano molto dal vertice italo-francese che si terrà oggi a Lione: sperano che i due capi di stato diano il via all’inizio dei lavori della linea ferroviaria Torino-Lione, nonostante le recenti raccomandazioni della Corte dei Conti. Coloro che si oppongono, in particolare gli ambientalisti italiani, francesi e svizzeri, che restano mobilitati contro questo progetto faraonico, tengono la tensione alta. Il fatto che il vertice si tenga a Lione, viene interpretato da Jean-Jack Queyranne, presidente del Consiglio regionale del dipartimento Rhone-Alpes, e da Gérard Collomb, senatore e sindaco di Lione, come un segnale di buon augurio per l’avanzamento della linea ferroviaria ad alta velocità. Gli ultimi colloqui con l’Eliseo li fanno sentire ragionevolmente ottimisti. Nulla fa dubitare che questa causa occupi un posto d’onore ai loro occhi. “E’ necessario che il presidente Hollande e il presidente del consiglio italiano Mario Monti, confermino l’appoggio della Francia e dell’Italia in merito all’attuazione del protocollo d’intesa firmato nel gennaio 2012, in modo che i lavori possano prendere il via nel 2013”, insiste il consigliere lionese che, qualche settimana fa, ha firmato con altri 24 consiglieri del dipartimento un appello a favore di questa linea ferroviaria. Laurent Fabius, ministro degli affari esteri francese, li ha anche rassicurati annunciando il 29 novembre scorso un progetto di legge che autorizza “l’approvazione dell’accordo per la realizzazione e l’ampliamento di una nuova linea ferroviaria Torino-Lione”.


Tredici anni di lavoro per un tunnel di 57 chilometri
E’ stato nel 2001 che i due stati hanno ufficializzato la sua costruzione, con un accordo bilaterale che fissava il 2025 come data d’inizio della percorrenza del tunnel principale che aveva bisogno di tredici anni di lavori per 57 chilometri. Il suo costo è stato stimato di 10,4 miliardi di euro, con un contributo previsto da Bruxelles del 40%; il saldo dovrà essere diviso tra Italia (52,7%) e la Francia (47,3%). “ Le infrastrutture sono una variabile che verrà sistemata [in corso d’opera] dal budget dell’Unione Europea, ammette Bernard Soulage, vicepresidente del Consiglio regionale del dipartimento Rhône-Alpes, responsabile delle relazioni con Bruxelles. Una cosa è certa: il preventivo di budget previsto per il periodo 2014/2020 che verrà riservato a questi lavori, sarà superiore al precedente. Inoltre, esiste una reale volontà di concentrare i crediti su progetti più efficaci, come la Torino-Lione”.


I protagonisti hanno sempre rifiutato un piano BComunque, in un comunicato pubblicato nel mese di ottobre, la Corte dei Conti ha gettato un sasso nello stagno ritenendo che non vi era alcuna urgenza di intraprendere i lavori di quest’opera, sulla base delle previsioni del traffico ferroviario. Per giunta in un momento in cui il livello della spesa pubblica deve essere controllata, si raccomanda al primo ministro francese, destinatario di questa comunicazione, di non abbandonare l’alternativa di migliorare la via di comunicazione già esistente. Un caro augurio va agli ambientalisti francesi, italiani e svizzeri che sperano di vedere la propria posizione comune sostenuta dal Partito Verde Europeo. "La galleria principale rispetta il suo nome “di base”, e risponde a una logica volta al mero superamento di un ostacolo, la montagna. Oggi, per andare dall'altra parte del versante, i convogli ferroviari devono salire a 1300 metri. Il che è contro produttivo visto, che ci vogliono due o tre locomotori e vagoni piccoli e leggeri, ha dichiarato un esperto a conoscenza della questione. I protagonisti locali hanno rifiutato un piano B. Vogliono la nuova linea e lasciare i collegamenti stradali vecchi ai TIR ".
In Italia hanno appena iniziato gli scavi dei tunnel
In una risposta punto per punto all’istituzione della via Cambon, Jean-Marc Ayrault ribadisce che "l'azione del governo si inserisce nel quadro degli impegni internazionali, che sono state recentemente rinnovati e di contribuisce pienamente alla dinamica delle nostre relazioni bilaterali con l'Italia". Il dossier è prettamente di carattere politico. E il governo di Mario Monti si concentra in particolare su questo progetto di grande portata per circoscrivere la recessione economica nella penisola.
A questo punto, i lavori preparatori di riconoscimento non sono progrediti alla stessa velocità in entrambi i paesi. In Francia, i tunnel di accesso alla futura galleria sono stati completati e circa "800 milioni di euro sono stati spesi con le sovvenzioni da Bruxelles nel quadro dei contratti a progetto", spiega Jean-Jack Queyranne. In Italia, dove gli avversari della Valle di Susa non mollano, gli scavi delle gallerie sono appena iniziati.


Nel progetto complessivo tra Italia e Francia, il costo della Torino Lione è valutato sui 26,1 miliardi di euroIl tunnel internazionale sotto le Alpi è solo uno degli elementi della Torino Lione, che dal lato francese, si compone di due tratte Grenay / Chambéry (4,5 miliardi di secondo i budget del 2011) e Avressieux / Saint jean de Maurienne (3,2 miliardi di euro). La commissione d'inchiesta pubblica ha emesso parere favorevole su queste tratte ma con riserva e si è raccomandata affinché venga migliorato l’impatto ambientale e urbanistico. Su tutto il tratto franco-italiano, la Torino Lione costerà 26,1 miliardi di euro. Un importo ritenuto da alcuni faraonico. "Il progetto può essere suddiviso in varie fasi per diluire gli investimenti nel corso del tempo, per un periodo di 40 a 50 anni, conclude un esperto. E 'importante che entrambe le parti siano d'accordo ora e in modo permanente sul processo".” Smettiamola di puntare tutto su un tunnel portafortuna del futuro. Pensiamo a riempire immediatamente i treni e le gallerie che già esistono", interviene con vigore Jean-Charles Kohlhaas, consigliere regionale dei verdi nella regione Rhône-Alpes. E se fosse iniziata una nuova battaglia?

lunedì 26 novembre 2012

Il falso egoismo degli europei

Le faux égoïsme des Européens

di Arnaud Leparmentier
Pubblicato in Francia il 21 Novembre 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli

Questa è la settimana delle repliche: il palinsesto europeo ci riserva due brutti sceneggiati, la questione sul bilancio dell'UE e lo psicodramma della tripla A.




In un incontro a Bruxelles, i capi di Stato e di governo si sbraneranno per almeno due giorni sul magrissimo bilancio dell'Europa dei 27. Si tratterà su tutto: i contributi agricoli, gli aiuti regionali e in particolare il famoso sconto britannico. La "prima" risale al 1984. L'Europa era bloccata dall’Inghilterra di Margaret Thatcher: sull’orlo della bancarotta, non voleva versare la propria quota per i fondi a favore dell'agricoltura continentale e si lamentava di ricevere in cambio ben poco. "Ridatemi i miei soldi", ripeteva in continuazione il primo ministro britannico, giocando al rialzo. Esasperati, Helmut Kohl e François Mitterrand le fecero un’ultima proposta.


TRIONFO DELLA LADY DI FERROIron Lady aprì la borsetta, si diede un tocco di cipria, bevve un bicchiere di scotch e acconsentì: "Accetto". Superba regia, trionfo della Lady di Ferro, che ottenne meritatamente il successo, ossia uno sconto di due terzi sul suo contributo netto al bilancio dell'Unione europea. Era il vertice di Fontainebleau, che poi permise la ripresa dell’Europa. In seguito i continentali impararono l'inglese e si susseguirono remake di cattiva qualità. Tutti chiedevano uno sconto per se, in caso contrario si rifiutavano di compensare il deficit causato dallo sconto britannico. Invocando la costosa riunificazione tedesca nel 1999, Gerhard Schröder ottenne uno "sconto sullo sconto", cioè il diritto di pagare solo un quarto del suo contributo per l’ammanco britannico, così come gli olandesi, svedesi e austriaci. Oggi, i danesi presentano la stessa richiesta, e i francesi, che a lungo hanno difeso la politica agricola comune, si accorgono di essere diventati assieme agli italiani “il tacchino del ringraziamento”: sono invitati a compensare questi sconti ripetuti. "Voglio indietro i miei soldi!": Questo è il credo che divide gli europei. Uno strano credo, proclamato a gran voce ma smentito dalla realtà. Quella di un’Europa allargata, prima di tutto. La solidarietà è forte, nonostante le grida di sdegno per i presunti egoismi nazionali: i paesi più poveri continuano a ricevere più aiuti di quelli che possono consumare, senza finire nel caos.


Parigi ha perso la tripla AQuesto credo egoista non corrisponde neanche alla realtà dell'euro, ed è ciò che ci insegna il secondo sceneggiato, ossia quello del downgrade della Francia da parte di Moody’s. Dopo il verdetto di Standard & Poors nel mese di gennaio, Parigi ha perso la sua tripla A. Non ci perderemo nei dettagli dei motivi classici invocati dall’agenzia, la lenta perdita di competitività di un paese che rifiuta di fare le riforme, ma poniamo l’accento sugli handicap europei. La Francia, prigioniera dell'euro non può svalutarsi, ma è particolarmente vulnerabile agli alti e bassi del sud Europa: "L'esposizione della Francia all’Europa periferica attraverso i suoi legami commerciali e bancari, ha un'importanza sproporzionata, e i suoi obblighi per sostenere altri paesi della zona euro sono aumentati ", ha scritto Moody’s. Tradotto nel linguaggio di tutti i giorni: la Francia è stata anche degradata a causa della sua solidarietà con i suoi vicini meridionali, in proporzione equivalente a quella della Germania.

Salvare l’euroI francesi, che credono che i soldi del governo non sono di loro proprietà, non se ne sono ancora accorti. Le persone che stanno a guardare anche il centesimo come i tedeschi, lo hanno già capito e hanno cercato di opporsi a questi anni di solidarietà. Prima di dover cedere, per salvare l'euro. Così, gli europei non vogliono essere solidali, ma di fatto lo sono. Sono come una coppia di coniugi anziani, che non possono divorziare, ma sono costretti a condividere la stessa casa, dove ognuno si fa i propri conti in tasca per manifestare la propria sfiducia verso l’altro. La correttezza politica del momento consiste nello spiegare questa diffidenza verso la mancanza di democrazia in Europa. In realtà, l'Europa è costruita secondo i canoni di Montesquieu, ma è anche un fantasma. I cittadini non s’identificano con i propri deputati al Parlamento europeo, anche se eletti a suffragio universale, né con quelli della Commissione, comunque organo dal Parlamento. La casa comune è vuota, disabitata dai cittadini. "Creare le istituzioni, non vuol dire creare una democrazia", ammette il federalista Pascal Lamy. Il direttore generale dell'Organizzazione mondiale del commercio riprende a suo vantaggio l'idea sviluppata dallo storico ed ex ambasciatore israeliano in Francia Elie Barnavi di "un’Europa frigida".


Lago IndifferenzaCon un pizzico di pudore, noi preferiamo l'espressione di François Hollande: la più grave minaccia che pesa sull'Europa, è "di non essere più amata." Se osserviamo la Mappa del Cuore, ipotizzata ironicamente da Molière, che descrive le pene dell'amore: l'Europa si è persa nel Lago Indifferenza. Il motivo? L'Europa fa ancora parte dell'economia. Jacques Delors ripeteva continuamente: non ci s’innamora di un grande mercato. "Ma noi, non chiediamo d’innamorarci del mercato unico! Sarebbe terribile!", ha assicurato a metà novembre, il primo ministro italiano Mario Monti. Peggio ancora, con la crisi, l'economia è caduta nel disincanto amoroso. "Con la crisi, detestiamo il mercato unico, perché lo vediamo come uno strumento per distribuire malefici sull’Europa", si è lamentato l'ex commissario europeo. Europa non è più sinonimo di prosperità economica. Rimane quindi l’Europa politica per attrarre i cittadini. Ma questa accumula fallimenti. Il primo tentativo, quello di difesa della Comunità europea, è fallito con il ​​rifiuto del Parlamento francese nel 1954, al tempo del governo Pierre Mendès France.


"Sogni e incubi"Maastricht non ha consentito lo sviluppo di una politica estera europea. Colpa del popolo europeo. "Le identità nazionali si sono forgiate basandosi su miti guerrieri. Il mito della patria, è una nazione in pericolo. Il problema dell’Europa, è che è nata su un contro-mito, la pace", secondo l’analisi di Pascal Lamy. I sogghigni che hanno accompagnato l'assegnazione del Nobel per la pace all'Unione Europea dimostrano questa distanza. "Per avere una politica estera comune, occorre avere gli stessi sogni e gli stessi incubi. Eppure gli europei non hanno gli stessi sogni e incubi", prosegue Lamy. Davvero? Per fortuna, abbiamo l'euro dei nostri sogni.